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EDUCAZIONE/ Chiosso: invece di "taroccare" il modello cinese, ispiriamoci alla realtà

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Educare significa introdurre alla realtà  Educare significa introdurre alla realtà

Quando un giornalista chiese alla psicopedagogista francese Francoise Doltò perché suo figlio, invece di seguire la strada della madre, facesse il cantante di cabaret, lei rispose: «I nostri figli non ci appartengono». Mi sembra una frase bellissima, perché l’attività del genitore è gratuita per eccellenza. Noi facciamo tutto per i figli, ma i figli hanno diritto alla loro libertà, a staccare il cordone ombelicale da noi. Proprio per questo, il momento educativo più alto è quello della totale gratuità, dove la relazione con l’adulto è veramente generatrice del bene. Il vero educatore è quello che lavora per il bene dell’altro, senza avere necessariamente alcun ritorno. Il figlio può anche ritorcersi contro il padre, o fare cose diverse da quelle che desidererebbero il genitore, eppure è sempre suo figlio.


Per Chua occorre sacrificare il tempo libero dei bambini. Condivide?


No, il tempo libero ha un ruolo insostituibile, perché consente di attivare delle modalità educative che sono diverse dal tempo dello studio. L’inventore del tempo libero educativo è stato San Filippo Neri, che è stato poi imitato da una lunga storia di santi a partire da don Bosco. Il tempo libero trascorso con i figli del resto è fondamentale, perché consente di esercitare delle attività utili alla crescita, ma più piacevoli, in uno spirito più disteso. Stabilendo una «complicità» che diversamente non sarebbe possibile. Quello che conta non è però la durata, ma l’intensità del tempo libero: è diverso per esempio se lo si trascorre davanti a tv e computer, o se lo si dedica a stabilire delle relazioni significative, più profonde e intense.

 

C’è il rischio di rinunciare a educare per paura di compromettere la libertà altrui?

 

 



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COMMENTI
18/01/2011 - Interessante, molto interessante! (Gianni MEREGHETTI)

Interessanti le osservazioni del prof. Chiosso in riferimento alla centralità della realtà nell'educazione. Le fa in rapporto ad una supposta sindrome cinese e smonta la vecchia diatriba tra autoritarismo e permissivismo, che ha tanto condizionato il mondo delle famiglie e quello della scuola in questi decenni. Chiosso rilancia con forza quella che è stata l'intuizione di don Giussani negli anni '50 e che viene riportata in uno dei testi più significativi della pedagogia del Novecento, e non solo, "Il riscio educativo". L'intuizione è semplice, ed è che è la realtà ad educare, la realtà con tutta la sua positività, con tutta la sua capacità di attrarre il cuore a ciò che vi corrisponde. Per questo ha ragione Chiosso, il problema vero non è se un educatore debba essere permissivo o autoritario, ma se parte dalla sua immagine di bene o se parte dalla realtà. E' la certezza che la realtà non tradisce mai, che risponde alle esigenze del cuore, è questa certezza che rende l'educatore compagno vero di ogni ragazzo o ragazza, compagno della sua avventura all'attacco del destino. Educare non è introdurre l'altro all'immagine che un educatore ha del suo bene, come molti genitori e insegnanti fanno in buona fede, educare è sostenere il rapporto che ognuno rischia con il reale, è scommettere su questa libertà.

 
17/01/2011 - L'avvenimento dell'educazione (Angelo Lucio Rossi)

L'educazione è un avvenimento. E' interessante per l'esperienza di ognuno di noi avere davanti la sottolineatura del prof. Chiosso: "La vera alternativa non è tra rigore e permissivismo, ma tra educazione che introduca alla realtà e una che al contrario è ideologica". Torna la realtà dopo anni di confusione. Torna l'educazione come avvenimento per rispondere all'emergenza educativa. "La realtà infatti è il migliore disintossicante dell'ideologia". Se oggi è in crisi il nesso con il reale, non un aspetto di esso, possiamo subito renderci conto di qual è la portata della crisi. L'educazione non riguarda solo un sistema di regole di comportamento, ma il senso stesso dell'esistenza e della realtà. Pensavamo di potere ridurre l'educazione alla trasmissione di conoscenze, di dati, ma questo non è bastato e non basta più per appassionare i ragazzi. Nelle nostre scuole occorre un nuovo inizio. C'è bisogno di rimettere in movimento l'io di ognuno dentro una storia e una tradizione consapevolmente accettata. Rimettere in moto l'io e il suo cuore partendo dall'esperienza e dalla realtà.