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SCUOLA/ 3 condizioni per insegnare in libertà

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Foto: Imagoeconomica  Foto: Imagoeconomica

Sarà utile ricordare, allora, che per l’insegnamento nella scuola dell’infanzia e nella scuola primaria sarà necessario un corso di laurea magistrale quinquennale abilitante all’insegnamento, a ciclo unico con prova d’accesso, comprensivo di tirocinio. Nel caso si intenda insegnare nella scuola secondaria di I e II grado, dopo la laurea triennale si dovranno affrontare distinti corsi di laurea magistrale biennale (con prova di accesso) ed un successivo anno di tirocinio formativo attivo (TFA).

 

Nella fase transitoria, cioè fino a che non diventeranno operativi i tirocini conclusivi del percorso di laurea magistrale, potranno accedere al TFA, a determinate condizioni, i laureati privi di abilitazione all’insegnamento ed anche coloro che stanno svolgendo attività di insegnamento, per i quali è previsto che le convenzioni per il tirocinio siano stipulate con le istituzioni scolastiche di riferimento. Per l’accesso al TFA sarà riconosciuto, sempre a determinate condizioni, anche il servizio d’insegnamento prestato.

 

La delineazione del nuovo percorso, specie dell’anno di tirocinio, è stato il banco di prova di un dialogo serrato, talvolta acceso, ma ultimamente proficuo, tra le esigenze dell’università, quelle della scuola e della professionalità docente, che non dovrebbe andare perduto. L’università non dovrà arroccarsi sulle proprie posizioni (il TFA non è una SSIS abbreviata, ma molto di più) e la scuola difendersi rispetto all'impressione di una nuova intrusione nella consolidata routine (in qualche modo sarà giudicata per il lavoro che fa e che offre).

 

Le 475 ore di tirocinio indiretto e diretto, pari a 19 crediti formativi, da svolgere presso le istituzioni scolastiche sotto la guida di un tutor, saranno un terreno sul quale costruire, al di là di facili protagonismi, la figura di un nuovo docente, competente e attento a recepire la domanda di significato e di orientamento che proviene dai giovani alunni.

 

Si stanno aprendo inoltre altri scenari sui quali è bene, già da ora, fissare lo sguardo con particolare attenzione. In particolare, si sta ristrutturando nei fatti il binomio un tempo inscindibile tra abilitazione e reclutamento. Abilitazione e reclutamento dei docenti sono due misure che possono essere collocate su un piano di successione non causale (non ha senso la prima se manca la seconda), purché siano pensate in un sistema di liberalizzazione degli accessi alla scuola pubblica.

 

Ad un tale assetto, che manca in senso compiuto, ci si può avvicinare facendo leva su alcuni presupposti normativi che possono essere: per prima cosa, l’autonomia degli istituti scolastici (si tratta di autonomia funzionale) che investe la didattica e l’organizzazione ed è sancita dal titolo V della Costituzione; in secondo luogo, l’esistenza, quantomeno dal punto di vista della definizione formale, di un “sistema nazionale di istruzione, fermo restando quanto previsto dall’articolo 33, comma 2 della Costituzione, costituito dalle scuole statali e dalle scuole paritarie private e degli enti locali” (Legge Berlinguer n. 62/2000); in terzo luogo, il superamento della modalità di assunzione dei docenti (50% dei posti annualmente assegnabili) tramite il sistema delle graduatorie permanenti di cui è in atto il lento svuotamento, posto che la stabilizzazione ope legis dei docenti precari è stata opportunamente esclusa dall’attuale governo della politica scolastica.



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