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FUORICLASSE/ L’ironia della Littizzetto non basta a salvare la caricatura della scuola reale

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Luciana Littizzetto in una scena di Fuoriclasse (Foto Ansa)  Luciana Littizzetto in una scena di Fuoriclasse (Foto Ansa)

È andata ieri in onda la fiction sulla scuola “Fuoriclasse” con Luciana Littizzetto, due ore di luoghi comuni su insegnanti e studenti, caricati da una vena macchiettistica che esaspera sia le situazioni scolastiche sia le vicende personali.

 

“Fuoriclasse” vorrebbe dare un’immagine realistica della scuola d’oggi e lo fa esasperando i tipi umani che la caratterizzano: alcuni insegnanti sicuri di sé, altri indecisi o problematici, alcuni che vogliono sfruttare i progetti per quattro soldi, altri che invece si impegnano mossi da tanta passione; alcuni studenti che pensano allo studio, altri fuori dal coro, alcuni che fanno il verso agli insegnanti, altri che si danno da fare per la democrazia, il tutto condito da trame scontate e poco originali.

 

“Fuoriclasse” è il requiem per una scuola defunta, è una fiction nel vero senso del termine, astrae dalla realtà e crea un’immagine ridicola e di basso profilo della vita scolastica. Si può ridere e vi sono dei passaggi che fanno ridere, si può anche assentire a momenti, per ora rari, di realtà scolastica, ma la scuola vera è da un’altra parte, “Fuoriclasse” è proprio a lato di ciò che invece vive, vibra dentro la classe.

 

Riccardo Donna ha voluto raccontare la scuola con il metodo delle tinte forti, ha voluto ridicolizzare le meschinità che di fatto caratterizzano la vita degli insegnanti, come ha tentato di far emergere la positività di chi ha tanto interesse per l’insegnamento, ma il tutto senza una visione d’insieme che sappia cogliere ciò di cui vive oggi la scuola.

 

La fiction parla più dei problemi privati degli insegnanti che non dei rapporti tra loro e gli studenti, come a voler dire che questi si riflettono sulla vita quotidiana della scuola; le stesse trame sono condizionate dagli scontri o dalle alleanze tra docenti, spesso per questioni futili, come se le dinamiche scolastiche dipendessero da pettegolezzi e invidie. Discutibile poi l’idea di una preside suora, forse provocatoria, ma con una dose altissima di irrealtà per una scuola statale.



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COMMENTI
25/01/2011 - Delusione (Patrizia Truffa)

Non affidavo le mie speranze di una riflessione seria sulla scuola ad una fiction, ma il risultato è stato ugualmente deludente! A chi serve uno sguardo così stereotipato, vecchio, retorico (sì, retorico) sulla scuola? I ricordi della Sig.ra Litizzetto sono talmente annebbiati e datati al punto da lasciarla interpretare un qualcosa di così poco credibile? Se la nostra prima rete generalista voleva fare un'operazione a favore della serietà e del buon nome della scuola non c'è riuscita davvero! L'ironia e la satira dovrebbero portare all'autoriflessione, ma in questo caso tutto è così esasperato da risultare lontano dalla realtà, falso, più vicino a certe degenerazioni del mondo politico diviso in fazioni che alla realtà della vera scuola.

 
24/01/2011 - Chi fa fare una brutta figura ai professori? (Luigi Gaudio)

Caro Gianni, hai proprio ragione. Gli insegnanti in questa fiction sembrano del tutto ignari del loro compito educativo e della loro importante responsabilità. Qualche tempo fa qualcuno affermava che il ministro Gelmini denigrava la classe degli insegnanti, ma io mi chiedo: “Chi fa fare una brutta figura ai professori, il ministro o la RAI? O non sono, talvolta, gli stessi insegnanti a volersi del male, quando per esempio rifiutano di farsi valutare?” Professori ignoranti, che fanno progetti solo per accaparrarsi qualche centinaio di euro, che non sanno trattare con gli studenti, intrecci amorosi e ripicche tra docenti: questa è forse solo una parte della realtà, mi auguro, della nostra categoria. Voglio proprio sperare, infatti, che i professori non siano dei falliti, come emerge dalla fiction. Infine nello sceneggiato televisivo sono presenti imprecisioni, dal momento che adesso i vicepresidi non sono eletti dal collegio, ma designati direttamente dal Dirigente Scolastico, e stereotipi ideologici, come quello della suora rigida o del crocefisso nelle aule.