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SCUOLA/ Ma forse un po' di Cina si potrebbe pure importare...

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Foto: Imagoeconomica  Foto: Imagoeconomica

Al termine dell’articolo Perché non riusciamo ad essere cinesi senza la Cina?, analisi ad ampio spettro della crisi dei sistemi educativi occidentali, Giovanni Cominelli si chiede “quali provvisorie conclusioni pratiche” trarne, ma “escludendo che in Europa si possa adottare il modello cinese, fondato sulla repressione familiare e sociale, su un autoritarismo feroce e sulla fame, già praticato in Italia fino agli anni ’50 del Novecento”. E nessuno infatti lo propone. Ma è altrettanto certo che le esperienze asiatiche non ci debbano ugualmente far riflettere? Non è di questo parere un attento osservatore dello sviluppo asiatico come Federico Rampini, convinto che tra il rapido sviluppo economico sociale e il tipo di istruzione ci sia un legame molto forte. E che costituisca “una lezione preziosa per noi” l’importanza che in quei paesi viene data da genitori e insegnanti alla disciplina, al rigore, al rispetto per l’autorità, al sapere.
 
E credo che potremmo utilmente integrare il quadro delineato da Cominelli proprio chiedendoci se il rifiuto dell’autoritarismo ci esoneri dall’occuparci del principio di autorità e del suo ruolo attuale nella crescita intellettuale e morale dei giovani. Se la psicologia ci dice ormai senza apprezzabili eccezioni che figli e alunni hanno bisogno di trovare negli adulti guide solide e affidabili, allora bisogna assumersi senza incertezze questa responsabilità, anziché perseverare in concezioni “bambinocentriche”, che, nate magari come intuizioni utili e con le migliori intenzioni, sono poi diventate dannose o sotto la spinta di pressioni ideologiche o per un’applicazione semplicista e priva di senso critico.

C’è una bella pagina a questo proposito del grande etologo Konrad Lorenz (e proprio dall’etologia ha preso le mosse uno dei massimi contributi del secolo scorso alla psicologia dell’età evolutiva, quello di John Bowlby). Scrive tra l’altro Lorenz in Gli otto peccati capitali della nostra civiltà: «L’assenza di un “superiore” più forte dà al bambino la sensazione di essere indifeso in un mondo ostile. [...] Nessuno si identifica con un essere debole e sottomesso, nessuno è disposto a farsi prescrivere da lui le norme del comportamento e tanto meno a riconoscere come valori culturali quelli da lui venerati». E oltre vent’anni dopo, la psicoterapeuta Giuliana Ukmar, in quello che è forse il primo, coraggioso libro a denunciare la deriva dell’educazione antiautoritaria (Se mi vuoi bene, dimmi di no), era solita chiedere ai genitori che si rivolgevano a lei: “Ditemi, chi comanda a casa vostra?”
 



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