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SCUOLA/ Bertagna: chi mostrerà ai "nativi digitali" la realtà che non hanno mai visto?

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Troppo presto per cominciare? (Fotolia)  Troppo presto per cominciare? (Fotolia)

Immaginare, perciò, di poter educare ed istruire le nuove generazioni allo stesso modo, negli stessi luoghi e negli stessi tempi di quelle che le hanno precedute è ingenuo o irresponsabile. È necessario tener conto delle novità talvolta radicali che sono affiorate con la vera e propria «rivoluzione culturale, filosofica, psicologica e neuronale» rappresentata dalle Ntc. Novità che sono ormai diventate, per un numero sempre maggiore di giovani, anche sociologicamente dominanti.

Il problema, però, non è questo. Ogni vero educatore che non si sia ridotto a mero «funzionario», infatti, ha sempre saputo non solo che ogni persona è diversa dall’altra e va trattata sul piano formativo tenendone ben conto, ma che la stessa cosa accade con ogni nuova generazione. E a modo suo, con i mezzi che l’esperienza e la scienza gli hanno a volta a volta suggerito, ogni educatore responsabile ha sempre fatto tesoro di questa consapevolezza.

Anche Platone, del resto, fu sorpreso, al suo tempo, dalla «rivoluzione» della scrittura. La sua invettiva contro di essa è fin troppo nota. Avrebbe ucciso l’amore del sapere, quello vero, non adulterato. Non a caso il cuore del suo pensiero, ci dicono gli storici, si troverebbe nelle dottrine non scritte. Ma Platone si guardò bene dall’assolutizzare la sua critica alla scrittura e di trasformarsi in un cantore apocalittico della sua scomparsa. Praticò il dialogo e la parola orali con i suoi allievi, certo, ma ossimoricamente non ebbe nessun snobismo ad aver a che fare con lo scritto. Anzi, tentò di arginarne i difetti. Anticipando, fra l’altro, quanto poi la neurologia confermerà: durante la lettura i neuroni del nostro cervello «rallentano», posticipano di pochi millesimi di secondo la trasmissione neuronale per e da altre cellule nervose: è come se si creassero le condizioni fisiologiche per rimanere immobili, in silenzio, concentrati, così da «pensare» di più e più in profondità. Nell’orale non accade.

La stessa sorpresa è capitata con l’introduzione della lettura silenziosa. Agostino vedendo Ambrogio, nella basilica milanese, leggere senza parlare ad alta voce capì subito che non era soltanto una stravagante questione tecnica. C’era di mezzo anche qui una «rivoluzione», se mai avesse avuto gli strumenti per documentarlo. Quella dell’io e della coscienza che lui, del resto, frequentò da par suo, anticipando di gran lunga acquisizioni anche meno significative oggi avanzate empiricamente dalle neuroscienze.
 



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