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SCUOLA/ Né Mao né Confucio ci possono insegnare il "rischio" di educare

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Foto: Imagoeconomica  Foto: Imagoeconomica

I mandarini sono sempre lì. La differenza consiste nel fatto che la Cina moderna ha dovuto fare i conti con la sfida dell’imperialismo otto-novecentesco delle potenze europee e con il capitalismo industriale. E perciò ha sviluppato una corsa all’accumulazione originaria che è simile a quella dell’Inghilterra del Seicento-Settecento. Di essa ha ripreso i passaggi essenziali: lo svuotamento repentino del mondo contadino (in Cina i contadini sono 800 milioni su un popolazione di 1 miliardo e 300 milioni), la proletarizzazione selvaggia di milioni di persone, una giornata lavorativa di 18 ore, pochi giorni di ferie all’anno, un giorno alla settimana di riposo, lavoro dei bambini dai quattro anni in su, niente sindacati, niente welfare sanitario e pensionistico. La via cinese all’industrializzazione di uno sconfinato Paese contadino - ma già praticata dai piani quinquennali di Stalin dal 1929 - ha comportato e richiede tuttora un costo umano e sociale incalcolabile ed è stata possibile solo comprimendo grandi masse dentro un meccanismo dispotico e totalitario senza scampo.

Il mao-confucianesimo è la proiezione ideologica e l’autocoscienza teorica di questo modello. Il soggetto libero e responsabile non esiste. È una variabile dipendente della “Comune”. La morale e l’educazione consistono nel preparare l’individuo ad accettare l’autorità dello Stato e a lavorare a testa bassa per tutta la vita. Perciò l’autoritarismo dispotico in Cina è l’essenza dei rapporti sociali, familiari e, dunque, dell’educazione.

A questo punto mi pare difficile sostenere - alcuni reazionari e conservatori in Italia, nostalgici del liberalismo autoritario e del fascismo, lo pensano, ma nessuno osa confessarlo - che per reggere la sfida dello sviluppo con la Cina dovremmo percorrere la stessa strada educativa: autorità, disciplina, rigore, punizioni severe, dura selezione. La tesi è insostenibile per due ragioni.
 



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