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SCUOLA/ Né Mao né Confucio ci possono insegnare il "rischio" di educare

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Foto: Imagoeconomica  Foto: Imagoeconomica

La prima: si tratta di un modello economico-sociale-istituzionale fragile, che non durerà a lungo. Inevitabilmente l’espansione del mercato interno e dei consumi farà crescere nelle persone tensioni alla libertà, alla rivendicazione dei fondamentali diritti umani, al welfare, alla democrazia. Quante Tiananmen dovremo vedere, dopo quella del 1989, non è dato prevedere. Ma già sono affiorate attraverso le maglie di un sistema informativo blindato notizie di rivolte di massa, di costituzione di forme di resistenza allo sfruttamento selvaggio e alla compressione totalitaria. La Cina è entrata in un loop, nel quale il totalitarismo politico e educativo oggi sospinge lo sviluppo, ma lo sviluppo sta già minando le basi ideologiche e istituzionali del totalitarismo. Senza soffermarci qui sul fatto che la Cina è un mosaico di 56 etnie (anche se l’etnia Han rappresenta il 92 percento, il restante 8 percento conta pur sempre più di 150 milioni di persone), e di regioni a diverso ritmo di sviluppo economico che storicamente le dinastie e lo stesso regime comunista hanno fatto fatica  a tenere insieme.

La seconda ragione è che il modello educativo cinese di esercizio della responsabilità educativa adulta e dell’autorità confligge totalmente con la tradizione cristiano-liberale europea, perché non prevede l’esistenza della persona libera e responsabile. Perciò “autorità”, “responsabilità degli adulti”, “disciplina”, “rigore”, “rispetto delle regole” di simile con i cinesi hanno solo il vocabolo: sotto stanno, nei due contesti, significati del tutto opposti. Se le cose stanno così, la Cina è non è un modello, è una sfida. Sfida a riscoprire le radici della nostra civiltà, che sono tre: la persona, la libertà, la storia aperta. E sono queste tre categorie che stanno alla base dello sviluppo economico e del capitalismo industriale in Europa e della sua diffusione su scala planetaria.

È per queste categorie che l’educazione da noi è un “rischio”, in Cina no. Ma su tutto ciò sono d’accordo con l’ultima parte dell’articolo di Ragazzini. Il problema è che “libertà” è divenuto sinonimo di “irresponsabilità”, di implosione narcisistica dell’Io, di fuga dei genitori e degli insegnanti dal loro ruolo di adulti. Solo che tale fuga non è rimediabile a valle con il rigore e la disciplina imposti inevitabilmente dall’alto, alla cinese. Se gli adulti se la danno a gambe, la loro repressione perde legittimazione, le regole divengono “gride” impotenti. Ed è esattamente quanto sta accadendo.
 



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