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FUORICLASSE/ Senza tensione umana, è rimasto un miscuglio che scimmiotta la realtà

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Luciana Littizzetto in una scena di Fuoriclasse, su Raiuno  Luciana Littizzetto in una scena di Fuoriclasse, su Raiuno

 “Fuori Classe” è una grande miscellanea, un accatastarsi caotico di situazioni che si possono immaginare, è il tentativo di ridurre la scuola ad una pantomima, ciò che manca è l’ingrediente fondamentale della scuola, è ciò che la impasta, è che i giovani e gli adulti in classe cercano di essere felici! Non c’è dramma in questa fiction, non c’è tensione ideale, e proprio per questo tutto diventa scontato, irritante.

 

La scuola finisce così nelle maglie del non senso, come se a renderla affascinante fossero i pettegolezzi di provincia o qualche stranezza sentimentale, mentre la realtà è tutt’altro, la questione seria della scuola è ciò che “Fuori Classe” nemmeno sfiora, è il desiderio che muove uno studente a cercare di dare senso allo studio per cui si impegna o che rifiuta, è l’urgenza di bellezza e di verità che un insegnante sente mentre snocciola le sue conoscenze.


Questa fiction non ha fatto un gran servizio alla scuola, quando ne ha voluto ridere, l’ha svilita, quando ha tentato di fare sul serio, s’è ingarbugliata in un moralismo tiepido e senza prospettive. Per fortuna che quella di “Fuori Classe” non è la scuola reale, ma nemmeno se il contesto fosse un altro – e potrebbe essere, perché la scuola è solo un pretesto - la vicenda messa in scena da Riccardo Donna non riesce a cogliere nel segno, perché manca di tinte umane, prescinde da ciò che l’uomo cerca e per cui va a scuola, quel desiderio di felicità che solo rende viva e interessante un’ora di lezione.



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