BENVENUTO   |   Login   |   Registrati   |
Imposta Come Homepage   |   Ricerca Avanzata  CERCA  

SCUOLA/ Il preside: senza una riforma vera il progetto-valutazione nasce morto

Pubblicazione:

Foto: Imagoeconomica  Foto: Imagoeconomica

Il fac-simile del Comitato di valutazione (Nucleo) non ha funzionato perché non poteva funzionare: come è possibile che gli eletti giudichino i propri elettori? I colleghi non correggeranno eventuali “errori” del dirigente, ma difenderanno sempre il proprio simile. Ho personalmente tentato di sottoporre (con elementi provati) almeno il rinvio dell’anno di prova: i docenti eletti mi hanno sempre bocciato la proposta. La cultura corporativa non si supera con il volontariato. È la stessa ragione per la quale i collaboratori del dirigente scolastico non dovranno mai essere eletti dal Collegio, bensì scelti da questo, pena l’inefficacia dell’azione.

c. Per non falsificare la validità del risultato della sperimentazione, si doveva cercare fin dall’inizio di integrare tutti gli aspetti in gioco: i docenti, i dirigenti, i processi dell’istituzione scolastica, i livelli di apprendimento raggiunti, l’efficacia dell’apparato amministrativo provinciale e regionale. Cioè tentare una sperimentazione complessiva in un’istituzione scolastica e nei soggetti che ne condizionano il funzionamento.

d. Per un sistema efficace occorre evitare di moltiplicare organi, con equivocità e confusione di competenze. Da questo punto di vista il “Nucleo di valutazione” (anticipato dall’art. 10 del pdl Aprea) confonde. Non chiarire i compiti dei soggetti in gioco e avere docenti eletti da chi deve essere valutato (si ha presente come vanno queste elezioni?) è fuorviante sia rispetto agli esiti che rispetto al modello da delineare. I sistemi utilizzati altrove indicano altre strade: l’autovalutazione (che non può avere conseguenze di carriera e di stipendio) è interna e serve all’automiglioramento della comunità scolastica; la valutazione degli apprendimenti da una parte e, all’altra, quella delle professioni (ai fini della carriera e del riconoscimento del merito) è esterna, con soggetti appositamente preparati, con ruoli ben specifici e diversi, pur nei diversi modelli nazionali.

4. Chiariti questi aspetti minimali, restano comunque (in funzione del futuro modello da costruire) dei fattori di sistema imprescindibili, che prima o poi occorrerà affrontare, pena l’imbarcarsi in un lavoro inutile. Almeno per il miglioramento delle scuole, dei docenti e dei dirigenti.
 



< PAG. PREC.   PAG. SUCC. >


COMMENTI
16/01/2011 - Proviamo a semplificare (Corrado Brizio)

Uno stato ha la responsabilità di garantire, a vantaggio dei propri cittadini, quella realtà che chiamiamo scuola. Per far questo si struttura, si dà delle norme e sceglie le persone che dovranno sostenere questa impresa: personale di servizio, docente, amministrativo. L'impresa e il suo scopo sono nobili, hanno a che fare con la crescita delle nuove generazioni. Ma crescita verso e in nome di che cosa? Il tentativo di risposta a questa domanda informa inevitabilmente tutte le scelte successive e accende il conflitto mai sopito sul problema educativo e sulla sua libertà. Lo stato mette in moto questa "macchina", ma la responsabilità della guida di chi è? Qual è la natura del suo motore? Come e quando, restando nella metafora, si fanno i controlli periodici? A chi risponde e chi risponde della strada percorsa? Una gestione centralizzata potrà dare risposta a questi problemi? Tutto sembra perdersi in un mare di interessi contrapposti e a rimetterci sono i ragazzi e quindi tutti noi. La via percorribile è quella di una autonomia scolastica correttamente intesa, non autoreferenziale, consapevole della posta in gioco, che sappia dare risposte responsabili alle domande poste sopra. Anche la scuola paritaria è chiamata a rispondere a queste domande. Si può dire che le famiglie che la scelgono lo fanno perché, sovente, intuiscono una chiarezza o un tentativo di risposta. L'augurio è che questa responsabilità cresca e diventi intelligenza operativa in ogni attore della scuola.

 
08/01/2011 - Vogliamo dire che comunque si deve partire? (Sergio Palazzi)

L'ottima analisi di Pellegatta contiene l'osservazione secondo cui, comunque, finchè non si comincia non cambierà mai niente. Credo fosse il succo del dibattito sulla recente lettera di Ribolzi. E' vero che per la prima volta da mezzo secolo in Italia comincia ad essere messo in dubbio il diritto di veto dei sindacati tanto più "ontologicamnte insindacabili" quanto più ideologico-corporativi, e che quindi potrebbe essere il momento buono. Ma finchè non vedo i risultati, ci credo poco. Un altro punto rilevante è quello del confronto fra le varie scuole, e il preside Pellegatta è il primo a sapere che i criteri con cui vautare una scuola professionale non possono essere gli stessi di un istituto tecnico o di un liceo, ammesso che basti la magica parola liceo per confrontare cose struttralmente diversissime. Uno dei punti cruciali sarà quindi trovare un sistema per confrontare scuole che hanno modi e scopi molto differenti. E non credo che il sistema sia quello di mettere al primo posto la prova di italiano scritto, concepita come una parodia delle competenze filologiche. Penso al lavoro di Notarbartolo sulla reale integrazione delle competenze linguistiche provenienti da differenti aree, ed alla necessità che esso venga sviluppato e rafforzato per i Tecnici, dove le competenze linguistiche possono e in alcuni casi devono essere anche maggiori, ma si esprimono in forme diverse dal "saggio breve di cinque colonne" o dall'analisi testuale guidata per manina.

 
07/01/2011 - Al DS compete la responsabilità della prevenzione (Anna Di Gennaro)

e la valutazione del rischio SLC: "Sono insegnante di sostegno e quest’anno anno mi trovo a lavorare con un ragazzino con disturbo oppositivo - provocatorio che impreca, bestemmia, sbava, risponde male al prof. e si agita sempre più a mano a mano che passano le ore. Sono al 7° mese di gravidanza e temo per la mia incolumità, che arrivi a farmi del male, dato che gli sto appresso a 10 cm. per 3 o 4 ore al giorno. Se lo si minaccia di dargli una nota o di mandarlo dal Preside lui reagisce controbattendo di infilarsi la punta del compasso nell'occhio o, peggio ancora, di buttarsi dalla finestra. E il brutto è che lo fa sul serio. L'altro giorno ho dovuto tenere da sola la classe per due ore per supplire una collega e al mio ennesimo rimprovero (non ce la facevamo più, né io né i suoi compagni: è impossibile fare lezione in questi casi!), lui si è avvicinato alla finestra facendo l'atto di buttarsi giù. Psicologi e psichiatri sanno spiegare il disturbo, ma non ti dicono cosa fare in pratica; nonostante abbia frequentato corsi in merito e cercato info in internet, non ho ancora trovato chi mi possa dire come ci si deve comportare, per uscirne incolumi! Le assicuro, la situazione è davvero pesante. Noi poveri insegnanti, spesso precari e di III fascia, veniamo buttati allo sbaraglio con ragazzini così senza averne nessuna competenza. Si sa, pur di lavorare si accettano anche incarichi come questi ma quanti compromessi dobbiamo accettare, anche per arrivare a prendere la maternità!"