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SCUOLA/ Il preside: senza una riforma vera il progetto-valutazione nasce morto

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Foto: Imagoeconomica  Foto: Imagoeconomica

a. Rispetto ai docenti ed ai dirigenti occorre un’effettiva “premialità” sia di carattere economico che di sviluppo professionale: uno stato giuridico della professione; una carriera possibile; una penalizzazione economico-giuridica nei casi di più grave inadeguatezza. Cose attualmente inesistenti. Le sole “corone di alloro” non aiutano a costruire processi e modelli. Certo che la questione premialità è secondaria, ma solo in quanto effetto e non origine della valutazione. La stima è innanzitutto una dinamica relazionale. Ma una valutazione professionale, una “stima” (valutare è “dare valore”) alla quale non conseguano riconoscimenti (non simbolici - una mancia - ma funzioni, carriera, salario) mortifica la professionalità. Quindi la questione non è secondaria, rispetto all’efficacia del modello.

b. Il vero cambiamento verrà col passaggio del reclutamento dei docenti e dei dirigenti a concorsi indetti dalle istituzioni scolastiche, con incentivi significativi per le situazioni più disagiate (come mi pare si faccia coi giudici per le procure o i tribunali più difficili). Solo così si potrà instaurare la lenta maturazione di un indispensabile senso di appartenenza alla comunità scolastica, insieme al costituirsi di “comunità professionali”. Nessun meccanismo valutativo o premiante otterrà, più di questo senso di appartenenza (non ad un’istituzione, ma ad una comunità educativa) la dedizione della persona ad un compito fatto eminentemente di relazioni personali e di relazioni con la propria comunità locale.
 
c. Infine (e tutti i sistemi europei lo dimostrano) il più efficace sistema di valutazione esigerà due fattori: l’esistenza di una “regolata” ma reale competitività tra tutte le scuole del sistema pubblico, messe tutte nelle stesse condizioni di partenza, tali da permettere un’effettiva libera scelta della famiglia, unica alla fine ad aver titolo effettivo nel valutare la scuola; un sistema di valutazione “esterno” ed indipendente dalle istituzioni scolastiche e dall’apparato amministrativo, che fornisca anche strumenti e momenti di autovalutazione interna. A questo fine mi pare fuorviante il riferimento del progetto ministeriale al corpo ispettivo.

5. Un accenno ai soggetti. Come non dovrà essere il preside, ultimamente, a scegliere gli insegnanti, così non deve essere lui a valutarli. Tra l’altro, attualmente, con quale autorevolezza può una figura non valutata da nessuno, valutare i docenti con i quali deve costruire una comunità professionale? A meno che si faccia operazione di immagine, come lo era, alla fine, la vecchia qualifica. Certo che il buon dirigente conosce bene i docenti della propria scuola. Il dirigente scolastico (come i colleghi, i genitori, gli studenti delle superiori) debbono essere parte indispensabile del percorso valutativo. Ma nessuno di questi deve essere “il” valutatore, pena la distorsione di tutti i rapporti interni alla scuola. La valutazione del merito utilizzerà tutti gli elementi interni, che il soggetto esterno apprezzerà diversamente, ma deve restare ultimamente esterna. Se un giorno esisterà un Ordine professionale dei docenti allora il giudizio dei pari potrebbe avere un senso: ma parliamo di utopie. E poi mi sembra che gli Ordini esistenti non ci confortino molto in questo senso.
 



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COMMENTI
16/01/2011 - Proviamo a semplificare (Corrado Brizio)

Uno stato ha la responsabilità di garantire, a vantaggio dei propri cittadini, quella realtà che chiamiamo scuola. Per far questo si struttura, si dà delle norme e sceglie le persone che dovranno sostenere questa impresa: personale di servizio, docente, amministrativo. L'impresa e il suo scopo sono nobili, hanno a che fare con la crescita delle nuove generazioni. Ma crescita verso e in nome di che cosa? Il tentativo di risposta a questa domanda informa inevitabilmente tutte le scelte successive e accende il conflitto mai sopito sul problema educativo e sulla sua libertà. Lo stato mette in moto questa "macchina", ma la responsabilità della guida di chi è? Qual è la natura del suo motore? Come e quando, restando nella metafora, si fanno i controlli periodici? A chi risponde e chi risponde della strada percorsa? Una gestione centralizzata potrà dare risposta a questi problemi? Tutto sembra perdersi in un mare di interessi contrapposti e a rimetterci sono i ragazzi e quindi tutti noi. La via percorribile è quella di una autonomia scolastica correttamente intesa, non autoreferenziale, consapevole della posta in gioco, che sappia dare risposte responsabili alle domande poste sopra. Anche la scuola paritaria è chiamata a rispondere a queste domande. Si può dire che le famiglie che la scelgono lo fanno perché, sovente, intuiscono una chiarezza o un tentativo di risposta. L'augurio è che questa responsabilità cresca e diventi intelligenza operativa in ogni attore della scuola.

 
08/01/2011 - Vogliamo dire che comunque si deve partire? (Sergio Palazzi)

L'ottima analisi di Pellegatta contiene l'osservazione secondo cui, comunque, finchè non si comincia non cambierà mai niente. Credo fosse il succo del dibattito sulla recente lettera di Ribolzi. E' vero che per la prima volta da mezzo secolo in Italia comincia ad essere messo in dubbio il diritto di veto dei sindacati tanto più "ontologicamnte insindacabili" quanto più ideologico-corporativi, e che quindi potrebbe essere il momento buono. Ma finchè non vedo i risultati, ci credo poco. Un altro punto rilevante è quello del confronto fra le varie scuole, e il preside Pellegatta è il primo a sapere che i criteri con cui vautare una scuola professionale non possono essere gli stessi di un istituto tecnico o di un liceo, ammesso che basti la magica parola liceo per confrontare cose struttralmente diversissime. Uno dei punti cruciali sarà quindi trovare un sistema per confrontare scuole che hanno modi e scopi molto differenti. E non credo che il sistema sia quello di mettere al primo posto la prova di italiano scritto, concepita come una parodia delle competenze filologiche. Penso al lavoro di Notarbartolo sulla reale integrazione delle competenze linguistiche provenienti da differenti aree, ed alla necessità che esso venga sviluppato e rafforzato per i Tecnici, dove le competenze linguistiche possono e in alcuni casi devono essere anche maggiori, ma si esprimono in forme diverse dal "saggio breve di cinque colonne" o dall'analisi testuale guidata per manina.

 
07/01/2011 - Al DS compete la responsabilità della prevenzione (Anna Di Gennaro)

e la valutazione del rischio SLC: "Sono insegnante di sostegno e quest’anno anno mi trovo a lavorare con un ragazzino con disturbo oppositivo - provocatorio che impreca, bestemmia, sbava, risponde male al prof. e si agita sempre più a mano a mano che passano le ore. Sono al 7° mese di gravidanza e temo per la mia incolumità, che arrivi a farmi del male, dato che gli sto appresso a 10 cm. per 3 o 4 ore al giorno. Se lo si minaccia di dargli una nota o di mandarlo dal Preside lui reagisce controbattendo di infilarsi la punta del compasso nell'occhio o, peggio ancora, di buttarsi dalla finestra. E il brutto è che lo fa sul serio. L'altro giorno ho dovuto tenere da sola la classe per due ore per supplire una collega e al mio ennesimo rimprovero (non ce la facevamo più, né io né i suoi compagni: è impossibile fare lezione in questi casi!), lui si è avvicinato alla finestra facendo l'atto di buttarsi giù. Psicologi e psichiatri sanno spiegare il disturbo, ma non ti dicono cosa fare in pratica; nonostante abbia frequentato corsi in merito e cercato info in internet, non ho ancora trovato chi mi possa dire come ci si deve comportare, per uscirne incolumi! Le assicuro, la situazione è davvero pesante. Noi poveri insegnanti, spesso precari e di III fascia, veniamo buttati allo sbaraglio con ragazzini così senza averne nessuna competenza. Si sa, pur di lavorare si accettano anche incarichi come questi ma quanti compromessi dobbiamo accettare, anche per arrivare a prendere la maternità!"