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SCUOLA/ Alberto (da Gerusalemme): vi racconto cosa vuol dire studiare in Palestina

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Bambini a Nablus (Imagoeconomica)  Bambini a Nablus (Imagoeconomica)

Anche la religione è molto sentita; è un segno di appartenenza che nei rapporti viene sempre sottolineato. Quando incontri qualcuno e gli chiedi come si chiama, subito capisce se sei cristiano o musulmano e la zona da dove vieni. Uno appartiene ad un credo per tradizione e questo viene difeso, mostrato, esibito ogni volta che si può, anche se poi la vita di tutti i giorni si piega alla mentalità e a valori comuni anche contrari. È bello vedere quando nel quartiere cristiano qualcuno passa di fronte alle porte delle case o alle chiese dove sono poste le immagini della croce di Terra Sancta e si fa un veloce segno di croce... bambini, giovani e vecchi. 

Per quanto riguarda i giovani e i problemi che nelle scuole si evidenziano credo che questi stessi comportamenti siano comunque il segno di un’umanità ancora viva, che scalpita e si ribella quando non riesce a trovare risposte adeguate alla loro sete di vita. Spesso infatti il disinteresse nelle classi ha origine nel fatto di non percepire come utile ciò che si sta imparando, oltre che da un metodo di insegnamento particolarmente rigido, a motivo sia della tradizione di appartenenza sia della struttura della scuola in Palestina.

Infatti le scuole non possono scegliere i libri di testo, che sono dati dallo Stato; e lo studio è soprattutto nozionistico, anche la matematica. Non si insegna un metodo di studio, non si è accompagnati a ragionare sulle cose; gli stessi insegnanti non sono stati educati in questo modo. Tutto è pensato per il superamento dei test annuali e soprattutto del Tawjii, il diploma della scuola secondaria: l’ultimo anno è speso a imparare a memoria quanto più possibile, in modo da superare l’esame con il punteggio più alto perché l’ingresso all’università è regolato dal voto di uscita fondamentale anche per accedere alle borse di studio o andare a studiare all’estero.

Molte delle famiglie non riescono a sostenere il costo dell’iscrizione a scuola e sono costrette a indebitarsi o a chiedere alle scuole di coprire il rimanente. Le scuole e le istituzioni religiose funzionano di fatto come ammortizzatori sociali, e garantiscono quei servizi ai più poveri che in Europa sono dati dal governo.

Questa situazione di povertà coinvolge la maggior parte delle famiglie palestinesi e non accenna a migliorare, tanto che chi può, soprattutto tra i cristiani, lascia il paese per rifarsi una nuova vita all’estero, soprattutto in Europa e America. Oppure tanti genitori, approfittando di familiari che hanno scelto di vivere all’estero, decidono di mandare i figli alle università straniere, con la speranza che possano trovare là un buon lavoro o ritornare in Palestina o Israele con dei titoli di studio internazionali ed essere così assunti in buone posizioni.



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