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SCUOLA/ Il preside: così ho messo d’accordo italiani ed immigrati

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Foto: Imagoeconomica  Foto: Imagoeconomica

Caro direttore,

sono stato fino allo scorso anno scolastico, per otto anni, dirigente scolastico della Direzione Didattica Cesare Battisti di Milano, una delle scuole della città con alta incidenza di alunni stranieri e una delle scuole che, affrontando la questione immigrazione fin dal suo inizio, ha sviluppato nel tempo una importante competenza e tradizione.

In quella scuola ho iniziato, con un incarico di presidenza, la mia carriera da dirigente. Era la mia prima nomina e sicuramente è stata una importante, interessante e formante sfida, e così ha continuato ad esserlo. Percezione questa condivisa con la gran parte del personale. Infatti accanto a tutta una serie di sottolineature di malessere o di scoraggiamento, reali o indotte, che caratterizzano gli insegnanti negli ultimi anni, sorgeva la consapevolezza di un ruolo, qualificato dalla condizione particolare in cui veniva (e viene) svolto. Infatti più la sfida che il contesto pone è alta, più emergono energie, risorse e strategie per affrontarla che alla fine corroborano chi ne è coinvolto e ne definiscono un’appartenenza, magari faticosa, ma da cui si decide di non sottrarsi.

La sfida portata dai numerosi alunni di varie nazionalità spesso di nuova immigrazione, è strettamente legata al contesto territoriale. La disponibilità di alloggi magari occupati in modo abusivo prima, poi una normalizzazione con regolari assegnazioni hanno prodotto alte concentrazioni di iscrizioni con tutto quanto ne consegue a livello di accoglienza, bisogni di alfabetizzazione, comprensione delle tradizioni di origine e loro valorizzazione per un adeguato inserimento nel nuovo contesto sociale e culturale.

L’agire della scuola rispetto a tutta la serie di questioni citate si è sviluppato nel tempo con gradualità, come spesso succede in ambito scolastico; prima con approcci pionieristici, poi sempre più dettati dalle ipotesi culturali che in successione hanno trovato maggiore fortuna o che dal comune sentire sono state giudicate più adeguate e corrette. Si è passati così dalla semplice accoglienza, all’integrazione, alla riflessione interculturale fino all’azione multiculturale con i loro assi di riferimento e le relative indicazioni metodologiche, e con conseguenti ricadute cariche di aspetti positivi e di criticità.

La scuola ha iniziato, infatti, negli anni novanta con la sola gestione dell’emergenza immigrazione: inserimenti dei nuovi alunni nelle classi e relativi adeguamenti della progettazione didattica, per una integrazione nel nuovo contesto sociale e di apprendimento. Successivamente, grazie anche ad una disponibilità di risorse mirate, finanziarie e umane (insegnanti facilitatori, ma anche volontari), si è giunti ad una gestione più complessa dell’accoglienza a partire dal momento dell’iscrizione, con un’attenta valutazione delle competenze e delle necessità di alfabetizzazione, prima della scelta e dell’inserimento nella classe e con fasi di recupero linguistico successive.



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