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SCUOLA/ Doninelli: se la bellezza di un testo conta più della teoria

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Foto: Imagoeconomica  Foto: Imagoeconomica

Parlando di letteratura e di critica letteraria (ammesso che esista ancora) occorre vietarsi, se possibile, ogni virata verso la stupidità, che come sappiamo si nutre di partiti presi.

Credo di essere stato il primo recensore italiano de La letteratura in pericolo di Tzvetan Todorov, dove il celebre linguista denuncia i danni che una posizione teorica come quella strutturalista - di cui lui stesso fece parte tanti anni fa - stava infliggendo alla letteratura francese. Non sono mai stato un grande estimatore di Todorov, né di quello linguistico-letterario degli anni Settanta né del Todorov filosofo moralista di qualche anno più tardi. Però La letteratura in pericolo mi piacque, anche se leggendolo si sente il freno a mano tirato di chi, mentre denuncia, cerca un’onorevole via d’uscita. In ogni caso, la mia recensione fu molto favorevole.

Il merito di quel libretto è stato senza dubbio quello di avviare una discussione su un metodo d’insegnamento della letteratura che aveva avuto un grande successo soprattutto negli anni Ottanta e Novanta, e i cui effetti negativi si possono riscontrare ancora oggi nella difficoltà delle generazioni giovani ad allacciare rapporti saldi con la tradizione letteraria.

Il metodo strutturalista, propagato da allievi di quella scuola insediatisi poi in questa o quella cattedra universitaria, infestò manuali e antologie scolastiche (da Il materiale e l’immaginario in giù) trasformando la letteratura in qualcosa di complicato e senza alcun riferimento con la realtà viva del lettore. Ricordo ancora come un incubo i questionari posti al termine dei brani nelle antologie dei miei figli: io, che oltretutto avevo alle spalle una formazione legata allo strutturalismo, non sarei riuscito a rispondere a una sola di quelle domande. Finché, un giorno, vidi uno di quei questionari compilato da mia figlia, e mi resi conto (con sollievo per me stesso e con orrore per mia figlia) che quelle domande incomprensibili erano, semplicemente, domande stupide, e questa era la ragione per cui non sapevo rispondere.

L’impressione che mi rimane è che leggere i testi a quel modo fosse come cercare di capire un affresco della Sistina stando a un centimetro dal dipinto: impossibile capire.



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