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SCUOLA/ Invalsi, sarà ancora polemica sui test?

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Del resto, in tutti i paesi dove si sono cominciate a svolgere rilevazioni nazionali, per i primi dieci anni le polemiche hanno interessato più o meno gli stessi argomenti: i test a scelta multipla con quiz considerati di basso profilo, oppure domande troppo difficili che gli studenti non sono abituati a fare, contenuti diversi da quelli del curricolo, perché solo una parte del curricolo, perché proprio quella… ecc. Per l’Italia il decennio delle polemiche dovrebbe essere quasi trascorso. Anche se resta da avviare un dibattito più ampio e motivato sulla natura delle prove e sui loro obiettivi, è indubbio che un sistema di rilevazione nazionale è necessario se si vuole ragionare di qualità della scuola a partire da dati e non da presupposizioni.

In tutto il mondo si effettuano rilevazioni, dal momento che è dimostrato il rapporto fra qualità degli apprendimenti (non quantità, o titoli di studio formali) e crescita economica e sociale di un paese. Paradossalmente sono più i paesi in via di sviluppo che investono in rilevazioni di ottima qualità statistica che non i paesi industrializzati. Come ha affermato Giorgio Vittadini nella relazione introduttiva della Convention annuale dell’associazione di insegnanti Diesse sabato scorso, se la politica ricordasse che il miracolo economico degli anni del boom è stato fatto sulla base delle ottime scuole tecniche di cui l’Italia poteva vantarsi, l’istruzione sarebbe sentita come un fattore fondamentale della ripresa economica, e non come un problema sociale.

Sono contemporaneamente aperti almeno due filoni di dibattito all’interno della società. Il primo è quello sulla natura delle prove, per esempio sui fondamenti teorici di una rilevazione della capacità di comprendere un testo o di operare matematicamente: sarebbe opportuno che questo dibattito, a largo raggio e fondamentale anche per la didattica, venisse svolto non immediatamente dopo la pubblicazione delle prove per rilevarne eventuali manchevolezze, ma prima, e che portasse ad approfondimenti di qualità.

Il secondo è sulla utilità di banche-dati come quelle delle prove Ocse Pisa o Invalsi, messe a disposizione innanzitutto degli studiosi, perché li utilizzino alla ricerca delle variabili e dei fattori sui quali è possibile intervenire per migliorare la scuola. Su questo aspetto, salvo lodevoli eccezioni, in Italia l’accademia pare molto meno interessata che all’estero.



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