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SCUOLA/ Bertagna: cinese o inglese, comunque non impariamo le lingue

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Ma che cosa non funziona, professore? E dire che da noi si inizia presto, ma gli stranieri sanno sempre le lingue più di noi. «E paradossalmente, le studiano di meno! È questo il punto. La politica dell’“utilità esterna” fa l’opposto di quello che servirebbe: trasformare la politica di insegnamento scolastico delle lingue in una politica dell’integrazione nazionale. È questa la strada per arrivare all’apprendimento che chiamo esistenziale. Il nostro paese ha il più basso tasso demografico al mondo, ora abbiamo il 10 per cento della popolazione immigrata, ma nei prossimi anni aumenterà: avremo il 20 percento di popolazione che proviene da una cultura diversa dalla nostra. L’approccio dev’essere non “libresco”, ma culturale nel senso pieno del termine. Solo questo favorisce una immedesimazione con le ragioni dell’altro».
Dunque stiamo tanto sui banchi senza combinare quello che altri fanno in modo migliore e con minor tempo. E il colmo è che quando nei curricula scriviamo conoscenza «scolastica» di una lingua straniera, vuol dire che in pratica non la sappiamo usare. «Esatto. Il problema, come spesso accade» prosegue Bertagna «è di metodo. Perché ci sono tre modi di apprendere la lingua straniera: uno è empirico, è lo stare in una “comunità” che parla quella lingua: penso allo stage, al viaggio, alla tv, a internet, ai film il lingua originale, insomma a tutto quello che può aiutare l’immersione in una cultura nativa diversa dalla nostra. Il nostro errore è non usare questo sistema nei primi anni di vita dei ragazzi. Quando lo si è proposto, c’è stata la sollevazione delle categorie interessate, perché lo può fare innanzitutto la famiglia, e la scuola solo di concerto con la famiglia, non da sola. Il secondo modo è quello critico-riflessivo, che ruota intorno alla grammatica scolastica tradizionale. Se imparo su una lingua che però non esercito, è ovvio che devo supplire dentro la scuola con il primo metodo. E l’ultimo stadio è quello esistenziale. Qui contano i testimoni, i nativi che parlino di situazioni autentiche, coinvolgendo la nostra narrazione biografica. Il nostro errore capitale è avere “compattato” sulla scuola questi tre livelli, chiedendole l’impossibile. E così facendo siamo rimasti indietro».
Da dove cominciare per invertire la tendenza? Risponde Bertagna che «bisogna trasformare quello che è percepito dalla scuola come una concorrenza indebita della famiglia in una alleanza opportuna e vantaggiosa. Tutto quello che è l’esterno della scuola - viaggi, stage, tv... - dovrebbe essere di molto incrementato e stimolato: la scuola ricaverebbe spunti per la sua analisi critico-riflessiva, facendo grammatica non solo formale ma esistenziale, e potrebbe finalmente arrivare a lambire il terzo livello, quello decisivo. Così, imparare una lingua diventerebbe finalmente anche un fattore di identità collettiva, di educazione al dialogo e infine di vera maturità».



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COMMENTI
05/11/2011 - Come Imparare le lingue (Antonio Servadio)

Giustissimo. Per apprendere le lingue serve che gli insegnanti (perlomeno alcuni) insegnino le proprie materie direttamente in lingua. Per l'Italiano c'è l'apposito insegnamento e c'è già tutto quello che sta fuori dalla scuola. Le materie scientifiche si prestano assai bene ad essere esposte e commentate in Inglese. Il problema sarebbe poi questo: l'ignoranza degli stessi insegnanti, incapaci di farlo e schivi di fronte alla nuova fatica. Si può risolvere offrendo incentivi (non solo monetari) a quei docenti che si dimostrino in grado di insegnare in lingua, e che lo vogliano fare. Ma se un paese ha una classe docente che non sa le lingue, come pretendere che gli studenti le apprendano (le prendano sul serio)? Questo è dunque il risultato: l'Italiano medio sa un Inglese "da aeroporto", non è in grado di sostenere una conversazione telefonica "impegnativa" in lingua inglese con stranieri.

 
21/10/2011 - L'inglese "non deve" servire per studiare? (Sergio Palazzi)

L'inglese l'ho studiato alle scuole medie. All'istituto tecnico avevo scelto tedesco, quarant'anni fa si poteva e per la chimica era utile, anche lì si studiava solo per 3 anni. Ripenso con tristezza le lezioni di terza, tedesco tecnico studiato su un manuale di letture scelte. Settimane a commentare frasi banali, senza un reale nesso col resto delle materie; in quarta e quinta, quando ce ne sarebbe stato davvero bisogno, alles kaputt. Ma allora distribuire testi da leggere e discutere era difficile e costoso, poco verosimile poter studiare direttamente su testi in lingua. A consuntivo di quelle due triennali fatiche, conoscenze linguistiche piuttosto frammentarie. Una decina d'anni fa ho iniziato a chiedere ai miei studenti di sostituire progressivamente i libri di testo con materiali disponibili gratuitamente in rete, la maggior parte dei quali in inglese (la lingua che loro studiano per oltre una DOZZINA d'anni e che li circonda in tutti i momenti della vita): monografie, articoli di riviste scientifiche, cataloghi di produttori. Almeno nelle quinte, che hanno inglese all'esame, non mi sembra di pretendere nulla di strano. Le più pesanti obiezioni mi sono venute proprio da colleghe di inglese, convinte (non tutte, per fortuna) che sia uno sforzo improbo ed una crudeltà inutile. Solo in rare occasioni ho potuto fare codocenze in lingua, con valutazione dell'apprendimento in entrambe le materie. E all'esame, ancora vedo le letture dei manualetti riportate quasi a memoria...