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SCUOLA/ La Gelmini e lo strano Gattopardo che "sbrana" una scuola di provincia

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Il ministro dell'Istruzione, Mariastella Gelmini (Imagoeconomica)  Il ministro dell'Istruzione, Mariastella Gelmini (Imagoeconomica)

E così un fatto accaduto nella più provincia delle province dimostra una cosa semplice, che in questa scuola dove nulla va bene nessuno vuol cambiare. Sono diversi i motivi, sta di fatto che sia chi protesta sia chi condivide l’operato dell’istituzione finisce con l’essere a favore del mantenimento della rigidità del sistema che la Gelmini ha varato. 

La questione seria di questa scuola è che c’è libertà di pensiero, e tanta, ma nessuna libertà di costruire qualcosa di nuovo. Il ministro Gelmini ha di fatto impostato una scuola che è diretta dalle sue prescrizioni e dai meccanismi istituzionali. I programmi sono quelli del ministero e guai a chi tenta strade diverse, la distribuzione delle materie è quella stabilita dall’alto e fare dei cambiamenti è praticamente impossibile, la mentalità dominante è quella che considera gli studenti come delle oche da ingozzare, e conoscere viene ridotto ad essere informati. Il ministro Gelmini ha disegnato una scuola dove tutto è possibile, ma che in realtà non lascia spazio al minimo cambiamento, perché vi è una mentalità dominante con la quale si è alleato il ministro: ed è che indignarsi è giusto, cambiare è invece impossibile. 

L’insegnante di oggi è messo sempre più alle strette, la sua condizione professionale peggiora: economicamente il suo potere d’acquisto diminuisce ogni anno sempre di più, la sua libertà è ridotta ai minimi termini, le incentivazioni di questi anni sono state dimezzate tanto da far diventare volontariato ogni prestazione che vada oltre le ore di insegnamento, la collegialità è oggi un cappio al collo sempre più soffocante. In una condizione effettivamente difficile domina il lamento e l’indignazione, fino a ritenere impossibile un cambiamento, fino a rinunciare a costruire qualcosa di nuovo. Si dice tutto contro, ma non si fa nulla per tentare di rispondere ai bisogni di educazione e di istruzione che urgono fino ad esplodere. Cioè domina lo scetticismo. È il paradosso di questi tempi: una scuola in cui nessuno crede, rimane in piedi perché nessuno vuole scommettere sulla voglia di cambiare. 

Lungi da me, sia chiaro, pensare che la flessibilità sia la panacea di tutti i mali della scuola. Essa è solo uno strumento, perché in realtà la questione vera della scuola sta prima di autonomia e flessibilità; sta dove c’è un insegnante e uno studente che hanno fiducia l’uno dell’altro perché puntano sulla loro reciproca umanità. E questo è il punto che può vincere lo scetticismo dominante, non chi si affida all’organizzazione o ai programmi del ministro, non chi spera in una sua idea di scuola, ma chi già oggi vive la scuola come occasione per scoprire e far crescere la sua umanità. Ci sono insegnanti e studenti che già oggi vivono questa avventura e che sanno scegliere gli strumenti adatti a valorizzarla. La scuola sopravvive solo grazie a loro.



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COMMENTI
02/11/2011 - Pranzo completo: dal pollo di Trilussa alle mele (Franco Labella)

e pere. Ultimamente le statistiche sono la croce e la delizia della scuola: qualcuno ancora ricorda le percentuali via via crescenti attribuite dal giovane Ministro alla spesa per le retribuzioni degli insegnanti che mal si conciliavano col fatto che al 100 per 100 del bilancio ti devi pur fermare... Non parliamo poi delle famose statistiche un po' farlocche degli ultimi tempi... Dal 1971 al 2001, ci fa sapere con i numeri Cominelli, sono aumentati gli insegnanti in sproporzione con gli alunni. Curiosamente, però,in premessa egli parla di crescita esponenziale degli insegnamenti. Per convincermi del "fatto" supportato dai numeri, sarei assai curioso di leggere qualche dato non sul numero degli insegnanti ma, semmai, degli insegnamenti anche perchè mi piacerebbe far sapere a Cominelli tre cose: a) l'insegnamento di Stenografia, per sfortuna sua, non esiste più; b) nel 1971 sicuramente non erano previsti gli insegnanti di sostegno; c) è il dato fondamentale: la scuola del libro Cuore, purtroppo, non esiste più e il mio maestro buonanima mi ha insegnato che mele e pere non si sommano. Quindi maestri unici o multipli e discipline delle superiori forse sono come le mele e le pere del mio maestro buonanima. Che aveva tanto a cuore i suoi alunni da aver "prodotto" me... E gli dedico, oggi nel giorno della commemorazione dei defunti, un grato Requiem. Per avermi insegnato a ragionare, a non farmi travolgere dai numeri e, soprattutto, per avermi insegnato ad avere opinioni.

 
29/10/2011 - GRAZIE (Gianni MEREGHETTI)

Ringrazio Giovanni Cominelli, il suo è sempre un giudizio intelligente, capace di cogliere il problema, di farlo emergere al livello vero. Sì, è un cambiamento culturale quello che urge e questo è il problema serio, il mondo dei docenti deve tornare ad usare la ragione e fare in modo che tutto sia per far crescere la conoscenza. Sono d'accordo, è ora di impostare diversamente il curricolo, di ragionare in termini di conoscenza e non di somma di nozioni! Quanto a chi lo sapeva già che le cose sarebbero andate a finire così, sono contento per loro, vuol dire che sono avanti nel processo di cambiamento. Io purtroppo sono un povero insegnante e mi rendo conto delle cose sbattendovi la faccia contro. E per questo lotto, con una ragione semplice che mi sostiene, che io a scuola ci vado per dare la vita per i miei studenti. Ciò che voglio è solo il loro bene: insegnare è volere il loro bene.

 
29/10/2011 - Il vicolo cieco e le strade impraticabili II (Franco Labella)

Mi sono trovato spesso nella spiacevole situazione di dover quasi “giustificare” ai sostenitori dello “stipendificio” tutte le azioni tese a far risaltare la contraddizione tra il non aver fatto alcuna valutazione sul “core curriculum” ed il dover subire il supplizio (e non uso il termine per enfasi tribunizia) di essere bollato come inutile e vecchio ed enciclopedico per usare un termine caro a Cominelli. Il quale non è nemmeno sfiorato dal dubbio, vista la sua generalizzazione con il suo “Tutti gli insegnanti”, che magari la difesa del ruolo e del “posto” sia, in realtà, non solo legittima ma persino inevitabile. Perché se manca la discussione e l’approdo al core curriculum, le scelte di eliminare questa o quella disciplina sono arbitrarie ed ideologiche. Anche l’idea di Cominelli che si possa iniziare dalla buona volontà di singoli applicando norme di dubbia utilizzazione (mai sentito parlare di assenza di organico funzionale per le scuole autonome?) serve a far passare una antica teoria di “100 fiori che sbocciano” dimenticando che il “giardino” è infestato, quanto meno, da assenza di analisi comparativa.

 
29/10/2011 - Il vicolo cieco e le strade impraticabili I (Franco Labella)

Uno dei guasti più profondi determinati dalla mancanza di una visione dei problemi reali della scuola è quello che si traduce nell’espressione “scuola come stipendificio” il cui copyright è senza dubbio attribuibile all’attuale maggioranza di governo e che è servito a giustificare le giravolte, ad esempio, sul maestro unico ed anche i tagli di discipline alle superiori. Trasformare una professione in "posto": questa è una delle equazioni più inaccettabili degli attuali decisori. I guasti culturali gravi sono quelli che riescono a penetrare persino nei ragionamenti di quelli che, a prima vista, sembrano non condividere i furori ideologici gelminiani. Cominelli è, a mio modesto parere, uno di questi. Scrivere come fa nel suo commento "Tutti gli insegnanti difendono lo status quo, perchè garantisce posti" è la dimostrazione palese di quanto affermo. Nel Paese della Costituzione lavorista diventa necessario, per un docente che abbia scelto di esserlo con consapevolezza, soddisfazione e convinzione, giustificare la legittima aspirazione a continuare a svolgere il suo ruolo. Perché per accettare la propria “rottamazione” come persona e come professionista si dovrebbe almeno dimostrare che il “rottamato” e la disciplina insegnata non sono più utili magari anche con le comparazioni con altre realtà extranazionali.

 
28/10/2011 - E' il tempo delle scoperte... (Franco Labella)

In due giorni è il secondo articolo che evidenzia i limiti pesanti del riordino (e smettiamola di chiamarla riforma) gelminiano delle scuole superiori. Questa delle quote di flessibilità è stata una delle più grandi mistificazioni che hanno accompagnato il riordino e mi tocca, ancora una volta, usare l'"io/noi l'avevamo già scritto". Il "noi" è giustificato dal fatto che a suo tempo, giusto due anni fa, comprammo, a nostre spese, una pagina di due quotidiani nazionali, come Coordinamento nazionale dei docenti di Diritto e economia, per denunziare il grande bluff delle quote usato per "rispondere" alle proteste contro la eliminazione dello studio delle discipline giuridiche ed economiche. La logica della guerra tra poveri era quella che alimentava il Presidente della Cabina di Regia che aveva come unico argomento, nei finti Forum, quello del "che togliamo per mettere il Diritto"? Di cosa si meraviglia, perciò, Mereghetti? Era tutto già scritto e bastava aver analizzato lo scarso uso che se ne era fatto sin dai tempi del Decreto sull'autonomia scolastica per sapere che le quote non sarebbero servite certamente a "curvare" (è una delle espressioni tipiche del consigliere Bruschi) un bel niente dell'offerta formativa. Non c'è tempo da perdere per denunziare, con forza, una delle più evidenti operazioni di furore ideologico portato a compimento sulla scuola italiana: altro che riforma... Franco Labella - Coordinamento nazionale dei docenti di Diritto e Economia