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SCUOLA/ Anche una "testa" perfetta potrebbe dimenticarsi della vita

Immagine d'archivio (foto Paolo Bonato) Immagine d'archivio (foto Paolo Bonato)

Occorre però sottolineare, già da subito, che il superamento della riduzione razionalistica della ragione a misura delle cose non si esaurisce nella semplice “aggiunta” della sfera emotiva, che di per sé, intesa in senso stretto, non è altro che il riverbero reattivo e soggettivo all’impatto della persona (e quindi, nel caso della scuola, dell’allievo e del docente) con la realtà e il suo senso. Bisogna quindi avere presente che l’allargamento della ragione, per essere effettivo, va verso il recupero dell’oggettività della realtà, del suo senso e della sua origine. In quanto oggettiva, la realtà (così com’è, rintracciabile e riconoscibile dall’allievo come presente nella sua esperienza) deve essere oggetto (chiedo venia per il gioco di parole…) della testimonianza del docente e di un rapporto “interessato” e “utile” da parte dello studente. O meglio, dei docenti e degli studenti, essendo la scuola una istituzione necessariamente “collettiva”. Credo ci si debba riferire a questo anche quando si fa riferimento alla passione degli insegnanti, per non ridurla a reazione emozionale.

E’ qui che si situa la domanda fondamentale: la “ragione allargata” gioca il suo ruolo solo a livello interpersonale (docenti-allievi) all’interno della scuola, quasi a prescindere dalla sua struttura intesa come sostanzialmente data (e ininfluente), o invece è in grado di modificarne in profondità gli assetti, l’oggetto, la funzione e il governo? Credo sia questo il punto lavorando sul quale si possa cominciare a intravedere un orizzonte di possibile recupero del senso del fare scuola. 

Sono consapevole dell’obiezione che può essere fatta a questa impostazione, e in parte condivido le preoccupazioni dalle quali nasce: non è dalla politica, dall’ideologia o dall’ingegneria sociale che la scuola e l’educazione possono essere salvate, ma piuttosto dalla testimonianza e dall’umile e paziente lavoro di ognuno di noi nelle classi con gli allievi e nei consigli con i colleghi. 

Vero. Ma è altrettanto vero che le ultime cariche della cavalleria polacca contro i carri armati tedeschi furono momenti epici di struggente eroismo, ma non riuscirono a salvare la Polonia dal nazismo e contribuirono - loro malgrado - alla scomparsa del nerbo sociale, economico e culturale di una nazione, caduto sul campo di battaglia. 

Fuor di metafora, l’impegno di tanti di noi nel trasmettere il bello e il vero nel rapporto quotidiano con i nostri ragazzi, la passione profusa a prescindere da riconoscimenti economici e sociali e sorretta da motivazioni umane profondissime, rischia di riguardare solo l’aspetto educativo e personale dell’incontro con i giovani, ma di non incidere sul futuro - drammatico e incerto - e sul senso dell’esistenza dell’istituzione sociale chiamata scuola. Di rimanere, alla fine, frustrato e frustrante.