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SCUOLA/ Caro ministro, nascondere i bocciati non risolve i loro problemi

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Foto: Imagoeconomica  Foto: Imagoeconomica

Del resto, non succede solo in Italia. Una delle ultime pubblicazioni di Eurydice – l’agenzia europea che analizza i diversi aspetti dei sistemi educativi dei Paesi membri – è stata dedicata all’istituto della ripetenza. Per ora la ricerca si è limitata alla fascia dell’obbligo scolastico, privilegiata in ragione del suo interesse sociale. Uno dei risultati delle ricerca è che, anche nei sistemi che prevedono la ripetenza (paesi di tradizione latina e sotto l’influenza della cultura germanica), le pratiche delle diverse scuole nazionali si orientano in modo diverso. In alcuni di questi Paesi le percentuali delle bocciature sono alte, in altri inconsistenti. Questi diversi atteggiamenti sono evidentemente il risultato di diverse culture educative e pedagogiche, a loro volta riflesso dell’ethos del Paese.

Nessuno stupore pertanto che le norme sfornate in proposito negli ultimi anni non abbiano avuto effetti concreti. Un ethos rigoristico applicato solo alla scuola ha scarse possibilità di essere preso in seria considerazione. Ma è poi un così gran male se ciò non è avvenuto?

Bocciare, lo si può fare con diverse finalità: sanzionare atteggiamenti di non accettazione delle regole – ed in ciò non c’è di per sé nulla di male – oppure cercare di innalzare il livello di competenze dei giovani, spingendoli ad impegnarsi di più e permettendo loro di assimilare in un tempo più lungo quanto non erano riusciti a fare.

Il fatto è che è abbastanza dimostrato che questo secondo obiettivo viene poco raggiunto. Negli anni novanta molte ricerche a livello internazionale (non italiane!) avevano dimostrato che gli studenti ripetenti non riuscivano a “colmare le lacune”. Ma si trattava di numeri limitati. Poi però è arrivato il solito Pisa. Il quale ha dimostrato – a livello di comparazione internazionale – che i Paesi che non bocciano per normativa hanno livelli di apprendimento dei quindicenni più alti di quelli che lo fanno. La spiegazione che gli analisti Pisa ne danno è che gli insegnanti che sanno di poter risolvere i “problemi” in questo modo – cioè bocciando – non si danno da fare per utilizzare strumenti più efficaci caratterizzati dalla personalizzazione dell’apprendimento. Si potrebbe dire che non si tratta di fenomeni legati da rapporti causali, ma di realtà parallele. Paesi più generalmente e storicamente alfabetizzati (donde i loro alti livelli) hanno meno bisogno di ricorrere a misure così drastiche.

Ma, se passiamo ad esaminare quel che succede all’interno delle singole nazioni e guardiamo al nostro Paese, scopriamo che a questo proposito la risposta di Pisa è sempre la stessa. 



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COMMENTI
05/10/2011 - finché a guidare le scelte sarà il pregiudizio... (Marco Campione)

Devo dire che non so chi mi fa più paura: un Ministro che si comporta come un bambino incapace di accettare la realtà o i critici-a-prescindere che subito rilanciano la notizia dell’ennesimo “fallimento della cura Gelmini” (i socialcosi sono pieni di richiami all'articolo di Repubblica con i numeri "veri"). Come se – qualora fosse andata veramente come auspicato dal Ministro – ci sarebbe stato di che rallegrarsene. Purtroppo certe contraddizioni non sono nuove: esiste infatti una corrente di pensiero trasversale alle convinzioni politiche che considera la mancanza di severità a scuola uno dei suoi mali peggiori. Il principale esponente di questi laudatores temporis acti è certamente Pietro Citati, ma anche Paola Mastrocola – per citarne una meno vicina anagraficamente a quei tempi lodati - non scherza e ci ha costruito sopra più di un successo editoriale. Entrambi nostalgici di una scuola che non esiste più: una scuola – giova ricordarlo – che bocciava molto, è vero, ma che escludeva ed emarginava molto di più di quella di oggi. Il che è tutto dire, come dimostrano i dati, se letti senza la lente del pregiudizio. Per chi fosse interessato, SEGNALO CHE nei prossimi giorni uscirà su imille.org una mia analisi dei dati di Education at a Glance che parte proprio da questa considerazione.