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SCUOLA/ Caro ministro, nascondere i bocciati non risolve i loro problemi

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Foto: Imagoeconomica  Foto: Imagoeconomica

Costantemente in Pisa 2000, 2003, 2006 e 2009, quando si va ad indagare attraverso le analisi multilivello quali sono le caratteristiche degli studenti italiani correlate a bassi livelli di apprendimento, il fatto di essere ripetente lo si trova sempre in prima fila. Cioè: gli studenti che a quindici anni non frequentano la seconda superiore come dovrebbero, ma la prima superiore o addirittura la terza media sono quelli che hanno i peggiori risultati. Aver ripetuto non ha migliorato la loro situazione.

In conclusione, anche se le intenzioni – innalzare il livello culturale dei giovani italiani – erano buone, lo strumento scelto si è rivelato inefficace, perché non ha ottenuto gli effetti voluti. E, comunque, questi effetti (un incremento delle bocciature) non sarebbero serviti. Senza contare il fatto che in Italia per le fasce più deboli della popolazione scolastica – che sono poi  quelle che vi incorrono – la bocciatura non si traduce nel rifare con buona lena l’anno, avendo capito la lezione, ma diventa abbandono. E’ il caso di ricordare che il 19,2% dei giovani italiani fra i 18 ed i 24 anni ha solo la licenza media e non frequenta alcuna forma di specializzazione professionale.

Forse certificazioni attendibili dei livelli effettivamente raggiunti, ottenute anche attraverso valutazioni standardizzate esterne e scollegate da bocciature e promozioni, avrebbero maggiore effetto. Soprattutto se avessero ricadute serie sui passi successivi di natura scolastica (orientamento alle superiori, ammissione alle università), offrendo al contempo al mondo del lavoro una fotografia più attendibile dei candidati. Ma forse queste sarebbero davvero misure troppo poco lassiste.

In Germania – oltre che in Austria – uno schieramento politico omologo a quello italiano sta patrocinando una diminuzione delle percentuali di bocciatura. Sorprendente lassismo di Angela Merkel? O non piuttosto una prua volta verso il 2020 e non verso il 1950? 



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COMMENTI
05/10/2011 - finché a guidare le scelte sarà il pregiudizio... (Marco Campione)

Devo dire che non so chi mi fa più paura: un Ministro che si comporta come un bambino incapace di accettare la realtà o i critici-a-prescindere che subito rilanciano la notizia dell’ennesimo “fallimento della cura Gelmini” (i socialcosi sono pieni di richiami all'articolo di Repubblica con i numeri "veri"). Come se – qualora fosse andata veramente come auspicato dal Ministro – ci sarebbe stato di che rallegrarsene. Purtroppo certe contraddizioni non sono nuove: esiste infatti una corrente di pensiero trasversale alle convinzioni politiche che considera la mancanza di severità a scuola uno dei suoi mali peggiori. Il principale esponente di questi laudatores temporis acti è certamente Pietro Citati, ma anche Paola Mastrocola – per citarne una meno vicina anagraficamente a quei tempi lodati - non scherza e ci ha costruito sopra più di un successo editoriale. Entrambi nostalgici di una scuola che non esiste più: una scuola – giova ricordarlo – che bocciava molto, è vero, ma che escludeva ed emarginava molto di più di quella di oggi. Il che è tutto dire, come dimostrano i dati, se letti senza la lente del pregiudizio. Per chi fosse interessato, SEGNALO CHE nei prossimi giorni uscirà su imille.org una mia analisi dei dati di Education at a Glance che parte proprio da questa considerazione.