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SCUOLA/ Il prof: c’è qualcosa "dentro" gli studenti che non si può bocciare

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Giovani durante il laboratorio di "Fisica in Moto" (immagine d'archivio)  Giovani durante il laboratorio di "Fisica in Moto" (immagine d'archivio)

Una cosa è però chiara: gli studenti non si recuperano con la severità, ma con un’attenzione paziente e concreta, con la capacità dei loro docenti di piegarsi verso di loro, sostenendoli nelle difficoltà fino ad ottenere degli esiti positivi. Non c’è da esultare perché i bocciati sono diminuiti, così come non c’è da pensare che sia fallito il progetto di una scuola più seria e di qualità. Non è il numero dei bocciati a stabilire se una scuola sia o non sia valida, così come non è il numero dei promossi, anche se come diceva don Lorenzo Milani il problema della scuola sono i ragazzi che perde. È trovare la strada per non perderli più, questo è il problema serio della scuola. 11,9 % di studenti che ottengono un grave insuccesso a scuola è ancora un dato preoccupante. Significa che 12 studenti su cento non ce la fanno, e questo ogni insegnante non può accettarlo con tranquillità, nemmeno pensando che sia un dato statistico. Sono 12 studenti su cento che hanno bisogno di incontrare uno sguardo su loro stessi che li rilanci, muovendo le loro energie all’“attacco” dello studio. Al posto di tante analisi sarebbe meglio stare (anche) ai fatti, ed è un fatto che nella scuola italiana vi siano tanti giovani che incontrando uno sguardo diverso su di sé riprendono anche a studiare. Forse a qualcuno questo sembrerà eccezionale; in realtà, che un ragazzo trovi un’amicizia che lo fa cambiare dovrebbe essere la caratteristica quotidiana della scuola.



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COMMENTI
06/10/2011 - Ma c'è anche una terza ipotesi (Giorgio Ragazzini)

In questo intervento, e praticamente in tutti quelli su promozioni e bocciature, si parla sempre di quello che dovrebbero fare la scuola e gli insegnanti per recuperare i ragazzi che vanno male. Giusto. Ma difficilmente si parla anche di quello che un ragazzo può fare per sé stesso. Che sia per una fantasia di onnipotenza o per un paternalismo che di fatto svaluta l’oggetto delle proprie premure, sta di fatto che non si vuole ammettere che nel fascio di fattori che compongono la motivazione di un allievo ci dovrebbe essere anche (sottolineo “anche”) il timore di perdere un anno. Perché a volte un ragazzo ha bisogno di questo pungolo. Chi ha sostenuto e sostiene la necessità di una scuola esigente, non si meraviglia se, dopo una prima impennata, le bocciature diminuiscono; e legittimamente mette in conto, accanto alle ipotesi di Mereghetti, anche quella che sia stato sollecitato in una parte degli studenti un maggiore impegno. Che era proprio quello che si sperava di ottenere.