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SCUOLA/ Dewey, Gramsci, i cattolici: alla ricerca della libertà perduta...

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Foto: Imagoeconomica  Foto: Imagoeconomica

Questo cambiamento determina un mutamento di prospettiva che, in quanto non avvertito, o non pienamente avvertito, ha come esito un radicale mutamento sul piano del metodo, cioè della cultura con cui si opera. Se è facilmente comprensibile che in questi appuntamenti l’attenzione si sposti su temi nuovi (grande spazio viene dato ai problemi sociali ed economici mentre si riduce la attenzione a quelli istituzionali e antropologici) meno immediatamente evidente appaiono le ragioni del cambiamento della prospettiva da cui si parte. I problemi concreti cui si fa riferimento vengono infatti presi in considerazione non più facendo diretto riferimento alla modalità con cui sono presenti, sempre in realtà accompagnati da tentativi di risposta, parziali certamente ma non per questo meno significativi. Il riferimento sempre più elusivi diventano le scelte di governo. 

La riflessione appare così, inevitabilmente, orientata verso un’interpretazione del compito di governare centrato sugli aspetti amministrativi e che mette così tra parentesi l’opzione che aveva caratterizzato la presenza politica dei cattolici, centrata su una diverso rapporto tra organizzazione sociale e organizzazione amministrativa. Anche quando, nel 1954 (famiglia) e nel 1955 (scuola), verranno affrontati i temi più sensibili alla prospettiva “sociale”, i “principi immutabili” vengono certamente riconfermati ma appaiono ininfluenti sugli orientamenti operativi e sulle scelte per il governo del sistema.

Sarebbe però sbagliato ritenere che questo orientamento sia solo conseguenza delle nuove responsabilità politiche. Su di esso, e sulla cultura che lo sostiene, ha certamente influito l’esperienza del fascismo. La concezione dello stato, che non è più percepito come vertice di una “piramide sociale” (famiglia, comunità locale, stato), tutte, secondo il principio di sussidiarietà, responsabili di rispondere ai bisogni sociali (“pubblici”). Lo stato viene sempre più percepito come lo strumento più efficace per operare per il miglioramento (progresso), e per questo è chiamato ad operare tanto sugli aspetti ‘pubblici’ quanto, e non solo indirettamente, sugli aspetti “privati” dei bisogni emergenti, se possibile anticipando l’intervento e non solo rispondendo a domande formulate dagli interessati. 

Uno stato quindi non più (solo) “regolatore” delle comunità intermedie ma con crescenti responsabilità dirette nel rispondere ai bisogni individuali. Questa prospettiva prende forza anche dalla convinzione che tale scelta è resa necessaria dall’esigenza di far fronte ad una situazione in rapida evoluzione orientandone secondo un quadro razionale gli sviluppi. Questa “semplificazione” del rapporto politico sembra in un primo momento dare risposte positive ma, nel tempo, mostrerà tutta la sua fragilità anche enfatizzando la “massificazione” del popolo.



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