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SCUOLA/ Dewey, Gramsci, i cattolici: alla ricerca della libertà perduta...

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Evidentemente questo nuovo orientamento avrà effetti particolarmente forti tanto sulla direzione che verrà impressa al nostro sistema formativo, quanto nelle modalità di rapporto dello stesso sistema con il contesto (sociale, culturale, economico) cui il sistema stesso fa riferimento. Inizia così un percorso che, in poco più di un trentennio, ci porterà alla situazione di cui stiamo oggi sperimentando rigidità e contraddizioni. Per quanto riguarda la direzione, dopo il passaggio segnato dalla necessità di dare all’Italia un nuovo quadro, il confronto che avviene nella Costituente - che si chiude con inevitabili compromessi, in particolare tra le due maggiori forze politiche, Democrazia Cristiana e Partito Comunista – è seguito dagli anni della ricostruzione, quelli chiamati della “occupazione dello stato” da parte dei cattolici ma forse sarebbe più corretto chiamare anni in cui i cattolici sono stati catturati dallo stato. 

Il caso delle politiche scolastiche è particolarmente indicativo. Già il lungo ministero Gonella è segnato da scelte, anche molto significative, ma che sembrano ignorare le “affermazioni di principio”. Segni di questo cambiamento sono la creazione degli istituti professionali di stato triennali effettuata con un semplice atto amministrativo, in palese contraddizione con quanto sancito dalla Carta costituzionale e la creazione dei Centri didattici nazionali, chiamati a sostenere lo sviluppo dei diversi gradi e ordini del sistema formativo. L’intenzione, certamente buona, di sostenere il miglioramento della scuola raccogliendo le forze migliori della cultura e dell’associazionismo viene così perseguita integrando ricerca accademica e iniziativa associativa in una posizione organicamente subordinata rispetto all’Amministrazione di cui diventano di fatto “ausiliari”. E in questa scelta possiamo facilmente scorgere l’influenza dell’esperienza  compiuta da molti dei protagonisti degli anni cinquanta nella formulazione della Carta della Scuola voluta da Bottai negli anni trenta. 

Queste scelte acquistano un significato più pregnante perché accompagnate da alcuni cambiamenti che in quegli anni segnano la cultura pedagogica. Un conflitto più antico, tra pedagogia cattolica e idealismo gentiliano, che non si esauriva nel confronto, spesso aspro, ma trovava nella centralità in educazione del soggetto (la singola persona) un saldissimo, anche se non sempre esplicitamente dichiarato, punto di incontro. Un secondo, più recente conflitto era quello che vedeva su fronti opposti il marxismo, che rifiuta la pedagogia della cultura laico-riformista giudicata “borghese”, anche quando questa supera l’idealismo di Gentile (di cui non si può dimenticare la compromissione con il fascismo) e scopre Dewey. La figura di Dewey diventerà il punto di incontro che segnerà il “pensiero comune” pedagogico a partire dalla fine degli anni cinquanta. I cattolici si avvicineranno alle sue posizioni attraverso gli autori dell’ attivismo “cristiano” i marxisti a seguito della scelta di aderire la scelta, teorizzata da Gramsci, di arrivare al potere attraverso la conquista dell’egemonia culturale, scelta che comportava tempi certamente lunghi e richiedeva una politica di alleanze diversa rispetto a quelle necessarie per una conquista diretta del potere.



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