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SCUOLA/ Dewey, Gramsci, i cattolici: alla ricerca della libertà perduta...

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Foto: Imagoeconomica  Foto: Imagoeconomica

Bastano pochi anni e la prospettiva culturale rappresentata dall’attivismo diventerà il criterio ordinativo della politica scolastica. La legge istitutiva della Scuola media unica dell’obbligo è la più compiuta espressione di questa scelta e non a caso diventerà il riferimento di tutte le riforme  successive; la centralità del fine educativo della scuola, il considerare le condizione sociali presenti “condizionamenti” da contrastare, e l’attribuire alla scuola il compito esplicito di favorire il cambiamento sociale ritenuto necessario per il futuro accanto all’enciclopedismo dei programmi, sono segni evidenti di quanto diciamo. Su questi aspetti le tre “culture pedagogiche” presenti in Italia, cattolica, laico-riformista, marxista, troveranno un accordo che diventerà sempre più convinto. Sul piano culturale si arriverà così molto rapidamente ad una sostanziale omologazione e l’associazionismo degli insegnanti, espressione delle diverse culture, si identificò nel compito di promozione e sviluppo di un sistema formativo caratterizzato da una sua compiuta integrazione con lo stato e la sua amministrazione: evidentemente questa scelta metteva fuori gioco l’idea stessa di libertà di educazione attorno a cui per oltre un secolo si era battagliato; insieme alla libertà di educazione veniva però messo fuori gioco anche il tema di un rapporto “paritario” tra società e sistema formativo cui viene assegnato, proprio in quanto espressione dello stato-persona, il compito di “promozione” sociale. 

Certamente questo percorso incontra ancora resistenze, almeno nel primi anni. Due episodi sono, a questo proposito, molto significativi, anche se per ragioni differenti: nel 1964 la decisione di Moro di far cadere il governo da lui presieduto perché l’istituzione della scuola materna statale non rappresentasse una sentenza di morte per le scuole materne che da più di cento anni rispondevano al bisogno educativo e di cura dei bambini in età prescolastica; nel 1973-74 la emanazione di quelli ancor oggi ricordati come i “decreti delegati” in cui, tra moltissime scelte in linea con la tendenza dominante (molto significativa a questo proposito è la definizione data della figura dell’insegnante), si proponevano due scelte in controtendenza: la creazione di organi collegiali aperti anche a soggetti non appartenenti alla amministrazione e la possibilità per l’insegnante, da solo o insieme ad altri colleghi, di avviare forme di scuola differenti rispetto ai moduli stabiliti dal centro. Non credo sia necessario documentare l’esito effettivo di queste scelte che, anche se non mai abrogate, sono di fatto ignorate anche da chi per primo avrebbe il dovere di obbedire alla legge. 

Tutti i più significativi passaggi di questo percorso politico, a partire dalla legge istitutiva della scuola media unica, sono sempre stati giustificati con la necessità di “attuare la Costituzione”. In troppi casi però la lettura del dettato costituzionale è stata assolutamente parziale, non si sono volute contemperare le diverse indicazioni in essa contenute ma alcune sono state assolutizzate (in particolare gli artt. 2 e 3), altre sostanzialmente distorte (alcune parti degli artt. 33 e 34 espressamente dedicati alla scuola), altre ancora assolutamente ignorate (la maggior parte degli stessi artt. 33 e 34 e tutto quanto stabiliscono a proposito dell’istruzione e dell’educazione gli artt. 29 e 30 dedicati alla famiglia). 



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