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EDUCAZIONE/ Il piccolo San Lee ci spiega perché la menzogna non è un’arte

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San Lee è un ragazzino cinese adottato in America, sta finendo la terza media e dice un sacco di bugie. Non lo fa perché è cattivo o malizioso, sta solo cercando il suo posto nel mondo e desidera essere speciale, unico. Possiamo seguirlo passo per passo nell’ennesimo trasferimento in una nuova città, questa volta Houston, in L’arte di sparare balle di Jordan Sommenblick, in libreria per Giunti. E attrae subito la nostra simpatia.

Fin dalle prime pagine lo troviamo alle prese con la questione clou, che riportiamo prendendo a prestito le sue parole: “Ma cosa c’era di unico in me? Ero povero. Cinese. Adottato. Vivevo in una famiglia di disadattati. Avevo la fobia degli insetti, soprattutto i ragni. Non c’era niente fra queste cose che balzasse all’occhio urlando: Ehi guarda quanto sono speciale!”.

Suo padre è in prigione; dell’uomo sappiamo quanto basta, ossia che è un inguaribile truffatore, uno che ha fatto della menzogna il mestiere della vita ed ha portato alla rovina la sua famiglia, riempiendola di debiti e vergogna, costringendola a cambiar casa in continuazione. E così succede a San, come a molti altri nelle sue condizioni, che per abbandonare la strada di un padre odiato che non si vuole nemmeno più sentire al telefono nella chiamata settimanale concessa dal giudice, rischia proprio di seguirla uguale uguale.

Per essere speciale nell’ennesima nuova scuola, San decide infatti di assumere l’identità di un imperturbabile maestro zen spacciandosi per fine conoscitore della disciplina; sono complici negli eventi anche il suo essere asiatico e uno strano abbigliamento dettato in realtà dalla condizione di povertà: maglietta, pantaloncini e sandali, sebbene l’inverno in Texas sappia essere davvero rigido e nevoso. In realtà il castello di menzogne sembra pian piano costruirsi da sé. È bastato infatti innescare la miccia della curiosità altrui perché poi il ragazzo si trovi cucito addosso un ruolo che non è affatto suo, che spesso gli sta stretto, ma che porta con sé almeno un indiscutibile vantaggio: la vicinanza di Woody, affascinante coetanea coprotagonista di questa storia, che se risulta molto americana nella sua ambientazione anche culturale, resta universale nelle tematiche che affronta.

San ha certo una colpa, quella di non riuscire a sottrarsi, di gustare sempre più la sua nuova (falsa) immagine senza trovare l’energia e il coraggio di fermare il gioco prima che sia troppo tardi: d’altro canto farlo diventa ogni giorno più difficile e la paura di perdere la possibilità dell’amore troppo grande.



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