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SCUOLA/ Una proposta (fattibile) per uscire dalla "trappola" delle classi

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Se in una scuola alcuni genitori (ad esempio 13) chiedono il tempo minimo o medio (27 ore) si risponde che il numero non basta a formare una classe e quindi si obbliga alla scelta massima. Ma se anche il numero supera la soglia fatidica dei 14 alunni ed è ad esempio 17, si dice che fare una classe così piccola obbligherebbe a fare le altre molto grandi perché il numero totale di classi autorizzate prescinde dal tempo scuola. 

E’ chiaro quindi che per evitare distorsioni del “mercato” bisognerebbe assegnare la docenza alle scuole in base al numero di alunni e consentire la formazione di classi a tempo misto, formula scaturita ai tempi della riforma Moratti e poi azzerata. Ciò farebbe chiarezza anche sul volume del curricolo fondamentale e sulla corretta applicazione dell’insegnamento dei programmi. Con 24 ore settimanali obbligatorie trattate a classe intera ed un opzionale individuale e non di classe, ci allineeremmo al tempo scuola  europeo che si aggira mediamente intorno alle 800 ore annue contro le nostre 1000.

L’assegnazione del personale potrebbe essere calcolata sul tempo settimanale minimo ed ampliata ad esempio di un 30-40-50 per cento (cosa possibile senza aumento della spesa), lasciando le scuole libere di articolare in maniera discrezionale l’offerta formativa mediante la specifica e mutevole composizione tra il lavoro obbligatorio a classe intera e quello mirato (non obbligatorio) per gruppi o individui, comprendente sia il recupero che l’integrativo ed anche l’intrattenimento dei figli di mamme lavoratrici. Un margine ulteriore potrebbe essere lasciato alle autorità scolastiche provinciali o regionali per aderire ulteriormente alle particolarità o alle vicende del territorio.

Si consentirebbe così una totale certezza delle risorse, si metterebbero le scuole in grado di fare una effettiva libera e flessible gestione delle risorse stesse basata sulle esigenze della didattica, degli alunni e delle famiglie e non sulle finzioni e sulle sceneggiate finalizzate a creare posti e assunzioni abusive. Inoltre si potrebbe attuare una vera collaborazione tra comuni e Stato in situazioni in cui il criterio statale attuale non consenta la classe, ma il comune sia disposto a contribuire in parte al costo del personale pur di conservare una scuola importante per motivazioni territoriali e sociali. Ad esempio, una frazione di 900 abitanti con 9 alunni di prima elementare in una località particolarmente cara alla comunità potrebbe cumulare il contributo statale tarato sui 9 alunni con risorse proprie, a quel punto non eccessive se si calcola che un alunno costa allo stato 6-7-8 mila euro l’anno.

Stiamo parlando di semplici misure di tipo amministrativo che non incidono sull’ordinamento scolastico, ma che darebbero alle scuole i margini necessari  per accrescere sia la creatività che la sincerità e la responsabilità.



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