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SCUOLA/ Le 4 domande scomode che attendono risposta dal nuovo ministro

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E se una scuola non funziona, se i risultati degli alunni sono scadenti? In questo caso verrebbero a galla due questioni, che furono già spinte sotto il tappeto all’epoca della Moratti. La prima: che l’Invalsi è strumento prezioso per individuare i risultati degli apprendimenti, ma non ha la possibilità di andare più in profondità nell’indagine sulle scuole, anche perché la correlazione tra i risultati degli studenti e le performances professionali degli insegnanti e dei dirigenti è piuttosto incerta. Per andare in profondità, dovrebbe disporre, come è il caso dell’Ofsted, di un’altra metodica: per es. l’indagine diretta svolta da un corpo di ispettori. Questa ipotesi di istituzione dell’Invalsi fu esclusa dalla Moratti con plauso universale politico-sindacale. Non fosse mai che le scuole venissero chiamate a rispondere del loro operato e, qualora questo si ripetesse negativo nel tempo, venissero chiuse. 

Ed è questa la seconda questione sepolta che risorge nella domanda europea: che si fa, se una scuola fallisce? Se un ragazzo fallisce, viene, ahilui! respinto. E se una scuola fallisce? Lo Stato continua a finanziarla. Insomma: la valutazione esterna potrebbe mettere in moto le energie della società civile e dei genitori. Per fare che cosa? Perché finalmente il governo prenda sul serio i due principi-pilastro già enunciati dalla Conferenza nazionale della scuola, Ministro Mattarella, del 1990: autonomia radicale, poi delineata precisamente dal DPR 275/99 di Berlinguer, e severa valutazione esterna. E per passare a un terzo stadio, quello “inglese”: the Funds follow the Pupils. Cioè: finanziamento dei ragazzi e non delle scuole. Il che è come dire: passare al riconoscimento del fatto che lo Stato è solo un Provider, per ora quasi esclusivo (il 94%), ma che il Commissioner dell’istruzione/educazione sono le famiglie e la società civile. 

La seconda domanda (n. 14): “Come il governo intende valorizzare il ruolo degli insegnanti nelle singole scuole? Quale tipo di incentivi il governo intende mettere in opera?”. Qui c’è stato un tentativo della Gelmini con il PQM (Progetto qualità e merito) di avviare una sperimentazione relativamente agli insegnanti e alle scuole. Mentre quella delle scuole sta proseguendo e ne attendiamo i risultati, quella degli insegnanti è fallita miseramente, in primo luogo per le contraddizioni interne al progetto stesso, che ha scatenato l’opposizione dei Collegi dei docenti, dovuta in parte a resistenze culturali conservatrici, in parte a ragioni di politica finanziaria e al contesto politico. Ma di ciò questo giornale ha già scritto a suo tempo. Resta, sul punto, che non bastano ormai progetti sperimentali. Le basi per una valorizzazione della professionalità degli insegnanti possono essere gettate solo da una costruzione giuridica della carriera, che proceda per differenziazione di figure e di stipendi. Nulla di nuovo. Nei progetti parlamentari di questi ultimi dieci anni c’è abbondanza di proposte, ma assenza totale di decisioni delle maggioranze e dei governi. Così, rimanendo lo stato giuridico dell’insegnante quello di un impiegato pubblico di massa non valutato, non differenziato per esperienze e qualità riconosciute, risulta impossibile valorizzarne il ruolo e incentivarne la professionalità.



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