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SCUOLA/ Le 4 domande scomode che attendono risposta dal nuovo ministro

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La lettera con le 39 domande spedita, la scorsa settimana, dall’Unione europea al governo Berlusconi prima del precipitare della crisi non conteneva quesiti marziani. Il dibattito pubblico italiano ha posto da anni gli stessi interrogativi e alcune norme hanno già abbozzato delle risposte a qualcuno di essi. Ma il problema è proprio questo: che tra l’individuazione dei temi, l’elaborazione delle risposte e la loro implementazione si stende non il mare navigabile, ma, da parecchi anni a questa parte, una palude senza vento e senza onde.

Sicché, almeno per quanto riguarda i punti 13-16 della lettera, la loro formulazione è piuttosto un richiamo alla coerenza rispetto a misure già decise che il suggerimento invasivo di nuove misure.

Prendiamo la domanda n. 13: “Quali saranno le caratteristiche del programma di risanamento per le singole scuole con risultati insoddisfacenti nei test Invalsi?”. Al momento non è previsto nessun intervento da parte di nessuno, se una scuola risulta inadempiente rispetto alle promesse che il sistema statale ha fatto a nome e per conto di tutte le sue scuole. Per due ragioni: che le autonomia scolastiche sono impagliate (non hanno libertà reale né didattica né organizzativa né di assunzione del personale, salvo quella di morire di fame), nonostante il DPR. 275/99, e che non sono valutate. Addirittura i ministri, dalla Moratti fino alla Gelmini, si sono opposti a che i risultati dei test Invalsi di ogni singola scuola – che riguardano solo fasce di apprendimenti – fossero resi pubblici su scala nazionale. I risultati vengono riconsegnati al Ministero e alle singole scuole interessate. Se sono positivi, i dirigenti scolastici li rendono pubblici. Se sono negativi, li chiudono nel cassetto. 

Sono state invocate le ragioni più diverse (tipo la privacy, alibi italico supremo, o le resistenze politico-sindacali o una non meglio identificata “opinione pubblica”, rispetto alle quali la politica si è arresa), ma il fatto è che ai cittadini che, avendo pagato le tasse, chiedono conto del destino del loro investimento, viene negata l’informazione sull’esito. L’accountability è rimasta un lemma inglese, pronunciato rotondamente e altrettanto disatteso. Eppure, basterebbe render noti i risultati per costringere le scuole ad un esame di coscienza pubblico. E’ infatti intollerabile che il Ministero e le scuole trattino i dati raccolti quasi fossero proprietà privata dello Stato, ossimoro evidente, invece che proprietà pubblica dei cittadini tutti e dei genitori e dei ragazzi. Quando i dati saranno resi pubblici, allora si metterà anche in movimento una dinamica di cambiamento. Intanto, perché le famiglie, se insoddisfatte delle performances di una scuola, incomincerebbero a cercarne un’altra per il miglior bene dei figli, là dove questa scelta fosse possibile. Oppure eserciterebbero pressioni sulle scuole, senza ridursi al sindacalismo aggressivo ed egoistico, esercitato a favore dei propri cari pargoli.



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