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SCUOLA/ Caro Monti, 3 buoni motivi per fare subito la riforma degli insegnanti

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Chi conosce le italiche vicende in merito alle politiche scolastiche e ai dictact sindacali degli ultimi trent’anni deve aver telepaticamente trasmesso anche oltralpe le sue perplessità su questo ingenuo proposito, che rinvia nuovamente al livello contrattuale quella che invece assume i connotati di una riforma strutturale dello Stato giuridico degli insegnanti, e che come tale deve avvenire per via legislativa e  nel più breve tempo possibile. E a chi già, seppure con il buon proposito di agevolare il lavoro del nuovo governo, la liquida come un Godot da non attendere, opponiamo almeno tre valide ragioni.

1. Il ritardo del nostro paese verso un’armonizzazione con il resto d’Europa in termini di costruzione dei requisiti del docente professionista ha radici lontane: citerò per l’ennesima volta la Raccomandazione dell’Unesco che si poneva, già nel lontano ’66, il problema di “individuare i requisiti per una professionalizzazione degli insegnanti” e il Consiglio Europeo di Barcellona che nel 2002 ha posto l’obiettivo di ”ridurre gli ostacoli normativi al riconoscimento professionale degli insegnanti al fine di promuoverne una dimensione europea” entro il 2010, data ormai superata.

2. Mentre la legislazione in questi anni è andata avanti sul piano delle architetture di sistema, l’insegnante italiano è rimasto ancorato ad uno stato giuridico vecchio di oltre 30 anni, in una dimensione impiegatizia, appiattita e priva di possibilità di riconoscimenti di merito professionale e funzionale: insomma legato ad una concezione di scuola ormai socialmente e normativamente superata. Qualcuno ha mai pensato che si potessero ascrivere anche a questo ritardo i nostri deludenti risultati nelle pagelle internazionali?

3. La riforma della governance delle scuole unitamente a quella della riorganizzazione del lavoro degli insegnanti è l’ormai troppo atteso corollario della prima riforma Bassanini della Pubblica amministrazione che ha introdotto, con la Legge 59/1997, l’autonomia delle istituzioni scolastiche. Questo Paese l’attende ormai da 15 anni. Qualsiasi persona che opera nella scuola è consapevole che per gestire le complessità di oggi come la progettazione didattica, l’autovalutazione d’istituto e la valutazione dei curricoli, occorrono nuove figure professionali, con una preparazione specifica, che corrispondono a nuovi ruoli e responsabilità che vanno definiti per legge.

Se dovremo accettare i sacrifici economici che il Governo tecnico dovrà predisporre, perché proprio e solo su questo qualificante tema strutturale non dovremmo adeguarci all’Europa? In aggiunta, in Parlamento l’argomento è stato già ampiamente sviscerato nelle commissioni competenti delle ultime legislature. Da ultimo, se può aiutare e per spirito di servizio, vorrei ricordare al nuovo Ministro che questa riforma era contenuta nei programmi elettorali  sia del Pdl sia del Pd alle ultime elezioni…



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COMMENTI
22/11/2011 - Mescolare ingredienti senza aver ricette (enrico maranzana)

“Non è possibile scaricare sulle Scuole gli esiti nefasti di colpevoli ritardi che anni di miopia politica hanno accumulato. Il processo di valutazione che porta alla Qualità è prima di tutto un processo culturale che va accompagnato e condiviso”. La prima parte della frase è falsa mentre la seconda è vera. L’indolenza degli operatori scolastici è la causa della banalizzazione delle innovazioni che il legislatore ha elaborato negli ultimi quarant’anni. Tra i tanti esempi possibili e pertinenti si rifletta sulla “valutazione dell'andamento complessivo dell'azione didattica per verificarne l'efficacia in rapporto agli orientamenti e agli obiettivi programmati” oggetto del mandato conferito al collegio dei docenti [valutazione interna - 1974]. Anche il decreto sull’autonomia è stato snaturato: le singole parti sono state interpretate al di fuori del contesto. Tanto si blatera del reclutamento degli insegnanti, pertanto della loro professionalità, dimenticando che l’autonomia organizzativa altro non è che una delle modalità previste per la concretizzazione della progettazione educativa, della progettazione dell’istruzione, della progettazione formativa, attività di cui nei POF non c’è traccia. Che senso ha riflettere sulla professionalità dei docenti in un contesto anarchico, non governato? Come si fa ha parlare di modifiche culturali in assenza di una visione d’insieme?