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SCUOLA/ Dov’è finita oggi l’"autorità" degli insegnanti?

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J.-L. David, La morte di Socrate, 1787, particolare (immagine d'archivio)  J.-L. David, La morte di Socrate, 1787, particolare (immagine d'archivio)

In modo più modesto ma non meno rilevante lo stesso educatore è osservato come colui che ha compiuto la propria scelta professionale sulla base di una decisione personale, fatta in relazione a valori morali e civici più che ad interessi materiali.

Il mancato rispetto dell’autorità indica qui un mancato riconoscimento proprio di questa componente vocazionale. Tutto si manifesta come se chi svolge questi ruoli fosse percepito come qualcuno che si fosse ritrovato a farlo in modo casuale. Un padre che non è rispettato è, in primo luogo, un padre nel quale non viene riconosciuta la dimensione vocazionale, un “padre per caso” che, indipendentemente dalla sua volontà, si è ritrovato ad esercitare questa funzione e non vi ha aderito che in modo formale e istituzionale, senza farla propria, senza “sposarla”. Un insegnante che non è rispettato è, anch’egli, una figura professionale nella quale non viene riconosciuta la dimensione vocazionale, che è quindi “insegnante per caso” e avrebbe potuto ricoprire qualsiasi altro incarico nell’amministrazione pubblica. Il problema del mancato rispetto dell’autorità è pertanto direttamente conseguente alla mancata visibilità della dimensione vocazionale presente in tutti quei ruoli e quelle funzioni che in modo esplicito o latente la presuppongono.

Ma è proprio qui il cuore del problema: da chi deriva il mancato riconoscimento della dimensione vocazionale? Non sempre è colpa del padre, del sacerdote, dell’educatore. Non sempre questi sono i primi a porre in ombra la dimensione vocazionale giudicandola “troppo ingombrante” a favore di una “professionalità” disincantata e interamente rinchiusa nel profilo istituzionale. Molto più spesso è il quadro sociale dei ruoli che interviene, a priori. È a priori che si ritiene che un docente non abbia vocazione per il suo lavoro, un padre non abbia la vocazione per il proprio ruolo e, almeno nel passato, quando l’anticlericalismo era l’ideologia dominante, un prete non avesse la vocazione ma occupasse il ruolo solo per ragioni strumentali. Nella nostra società lo stesso termine di “vocazione” è in disuso. Ce ne siamo sbarazzati molto rapidamente, come di un fardello morale troppo pesante e concettualmente ingestibile, senza renderci conto che era proprio questo che fondava la nostra autorevolezza.

Il mancato riconoscimento dell’autorità in questo caso è direttamente speculare ad un’invisibilità della dimensione vocazionale, cioè di quel richiamo del “cuore” che è alla base di tutte le manifestazioni dell’autorità e le sorregge. Quando manca, oppure non viene visto, oppure non viene riconosciuto resta solo il ruolo formale, la funzione ricoperta, e questa non basta né può bastare.



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COMMENTI
26/11/2011 - Concordo in tutto tranne... (Gianni MEREGHETTI)

Il giudizio di Cominelli è sempre illuminante. Lo condivido in tutto tranne in un punto. Di don Giussani redivivo impossibile parlarne, di don Giussani ce n'è uno solo e anche chi ha imparato o tentato di imparare da lui rimane lontano dalla sua energia educativa. Caro Cominelli, il carisma è un punto ideale che fa camminare ma portando dentro la coscienza di un limite insuperabile. Non c'è nessun don Giussani redivivo e la vocazione è solo un punto ideale che rende affascinante l'avventura della scuola, solo una semplice traccia di autorevolezza. Ed è bello che questa autorevolezza ci sia dentro una scuola, anche se tutto cospira per eliminarla. Cosa che non riuscirà perchè il cuore è più forte anche della miglior organizzazione dell'istruzione!

 
25/11/2011 - fattori decisivi (Daniela Notarbartolo)

La prospettiva qui presentata mostra che si possono considerare optional - sbagliando - fattori decisivi come la vocazionalità del compito. Come l'etica non può stare senza una antropologia (e la carità senza la fede), così non può stare l'autorevolezza e forse nemmeno il suo aspetto vocazionale senza la serietà dell'impegno con la vita, e questo senza l'esperienza positiva che "vale la pena" esserci. Si torna sempre al dunque, cioè al fatto che nel chiuso delle pareti di cemento armato - cfr. il Papa al Bundestag - si soffoca, mentre nelle parole antiche come "vocazione" si respira. Grazie all'autore!

 
25/11/2011 - GRAZIE! (Gianni MEREGHETTI)

E' il cuore la questione seria dell'autorità, è proprio il cuore! L'ho imparato in anni e anni e lo imparo oggi spesso cedendo ad altre prospettive, ad altre illusioni, e poi sempre torna l'insegnamento originario, quello per cui ho fatto l'insegnante, l'insegnamento di don Giussani che con la sua testimonianza mi ha fatto capire che uno solo è l'alleato dell'autorità, è il cuore. Questa è la sfida di sempre oggi ancor più aperta, che si entri in classe a partire dal proprio cuore così da rivolgersi al cuore, da sfidarlo a destarsi. E questo rende gustosa l'educazione.

 
25/11/2011 - Perchè oggi si lavora in équipe? (enrico maranzana)

“L’educatore è osservato come colui che ha compiuto la propria scelta professionale sulla base di una decisione personale, fatta in relazione a valori morali e civici più che ad interessi materiali. Il mancato rispetto dell’autorità indica qui un mancato riconoscimento proprio di questa componente vocazionale” è una tesi che ha consistenza solo se l’ambiente di riferimento è molto, molto semplice, disarticolato, come quello delle scuole professionalizzanti. Come l’ape e la formica trovano la significatività della propria funzione all’interno dell’arnia e del formicaio, così l’autorevolezza del docente deriva dall’efficacia del sistema educativo, di istruzione e formazione.