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SCUOLA/ Dov’è finita oggi l’"autorità" degli insegnanti?

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J.-L. David, La morte di Socrate, 1787, particolare (immagine d'archivio)  J.-L. David, La morte di Socrate, 1787, particolare (immagine d'archivio)

Un secolo fa Weber si chiedeva “perché gli uomini obbediscono?” oggi la domanda è rovesciata: “perché gli uomini non obbediscono più?”. L’autorità è andata via, si è consunta e, un po’ per volta, si è delegittimata.

Probabilmente la prima a logorarsi è stata l’autorità fondata sulla tradizione. L’autorità dell’eterno ieri è andata rapidamente scemando quando le novità hanno spodestato le eredità, quando ciò che arrivava si è rivelato non solo quantitativamente superiore, ma anche qualitativamente più efficace rispetto a quanto già c’era. Un tale processo non ha caratterizzato solo le tecniche di lavoro ma anche i modelli di organizzazione politica ed economica che ne derivavano e che sono stati hanno progressivamente messi fuori circolo dai nuovi principi regolativi. Ancora oggi, quando si parla di crisi dell’autorità, si tende a ritenere proprio la crisi di quanti esprimevano competenze, regole e comportamenti di un universo che non c’è più.

Il quadro è diverso se si esamina l’autorità burocratico-legale. Questa in realtà è ancora oggi estremamente rispettata, ma solo là dove le organizzazioni sono funzionalmente connesse ad un processo reale di qualificazione, selezione e controllo. Gli insegnanti che operano in scuole professionalmente qualificanti, dove il prestigio del titolo conseguito viene confermato da un immediato inserimento nel mondo del lavoro o da un riconosciuto accreditamento presso gli istituti di formazione superiore, possono contare su un rispetto sufficiente delle norme e quindi della loro autorità. Il contrario si produce invece là dove il prestigio del titolo è generico, quando non addirittura francamente scarso e il collegamento funzionale con il mondo del lavoro assolutamente aleatorio o comunque indipendente dalla qualità dei risultati conseguiti.

Tuttavia quando si parla di crisi di autorità si indica qualcosa di sostanzialmente diverso: la perdita di credibilità di per sé, cioè di quella capacità di essere influenti e riconosciuti in relazione ad uno stretto legame che lega le funzioni che si esercitano alla propria persona. Ciò non accade ovunque ma solo in quei ruoli che, in parte più o meno rilevante, si accompagnano ad una scelta vocazionale. Molte autorità rientrano in quest’ambito: un sacerdote, ad esempio, non è solo un “addetto al culto divino”, ma è anche una persona che, in un modo del tutto specifico, si è consacrato interamente ad una precisa missione nel mondo. Lo stesso avviene per chi è padre e, più in generale, per chi vive la propria funzione in termini di scelta vocazionale personale.



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COMMENTI
26/11/2011 - Concordo in tutto tranne... (Gianni MEREGHETTI)

Il giudizio di Cominelli è sempre illuminante. Lo condivido in tutto tranne in un punto. Di don Giussani redivivo impossibile parlarne, di don Giussani ce n'è uno solo e anche chi ha imparato o tentato di imparare da lui rimane lontano dalla sua energia educativa. Caro Cominelli, il carisma è un punto ideale che fa camminare ma portando dentro la coscienza di un limite insuperabile. Non c'è nessun don Giussani redivivo e la vocazione è solo un punto ideale che rende affascinante l'avventura della scuola, solo una semplice traccia di autorevolezza. Ed è bello che questa autorevolezza ci sia dentro una scuola, anche se tutto cospira per eliminarla. Cosa che non riuscirà perchè il cuore è più forte anche della miglior organizzazione dell'istruzione!

 
25/11/2011 - fattori decisivi (Daniela Notarbartolo)

La prospettiva qui presentata mostra che si possono considerare optional - sbagliando - fattori decisivi come la vocazionalità del compito. Come l'etica non può stare senza una antropologia (e la carità senza la fede), così non può stare l'autorevolezza e forse nemmeno il suo aspetto vocazionale senza la serietà dell'impegno con la vita, e questo senza l'esperienza positiva che "vale la pena" esserci. Si torna sempre al dunque, cioè al fatto che nel chiuso delle pareti di cemento armato - cfr. il Papa al Bundestag - si soffoca, mentre nelle parole antiche come "vocazione" si respira. Grazie all'autore!

 
25/11/2011 - GRAZIE! (Gianni MEREGHETTI)

E' il cuore la questione seria dell'autorità, è proprio il cuore! L'ho imparato in anni e anni e lo imparo oggi spesso cedendo ad altre prospettive, ad altre illusioni, e poi sempre torna l'insegnamento originario, quello per cui ho fatto l'insegnante, l'insegnamento di don Giussani che con la sua testimonianza mi ha fatto capire che uno solo è l'alleato dell'autorità, è il cuore. Questa è la sfida di sempre oggi ancor più aperta, che si entri in classe a partire dal proprio cuore così da rivolgersi al cuore, da sfidarlo a destarsi. E questo rende gustosa l'educazione.

 
25/11/2011 - Perchè oggi si lavora in équipe? (enrico maranzana)

“L’educatore è osservato come colui che ha compiuto la propria scelta professionale sulla base di una decisione personale, fatta in relazione a valori morali e civici più che ad interessi materiali. Il mancato rispetto dell’autorità indica qui un mancato riconoscimento proprio di questa componente vocazionale” è una tesi che ha consistenza solo se l’ambiente di riferimento è molto, molto semplice, disarticolato, come quello delle scuole professionalizzanti. Come l’ape e la formica trovano la significatività della propria funzione all’interno dell’arnia e del formicaio, così l’autorevolezza del docente deriva dall’efficacia del sistema educativo, di istruzione e formazione.