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SCUOLA/ Alcune idee per rispondere alla domanda n. 13 dell'Europa

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Le domande che l’Ue ha posto all’Italia sulla scuola e che probabilmente orienteranno il programma di governo rivelano una buona conoscenza della nostra situazione ed alludono a eventuali e necessarie scelte. Chiedere dei provvedimenti per la ristrutturazione delle scuole che non funzionano non significa, certo, saltare all’altra riva, quando siamo a metà del guado, ma forse sottintende l’invito a darsi una mossa ad attraversarlo.

Parlare di “valorizzazione del ruolo degli insegnanti nelle singole scuole” e di “incentivi utilizzati a tale scopo”, non significa indicare come prima, se  non unica via da seguire, quella della “merit pay” che sembrava essere stata imboccata con il ministro Gelmini, mentre ancora si tratta di costruire i pilastri della valutazione delle scuole, che peraltro non dispongono  di una struttura organizzativa funzionale e stabile al loro interno... 

Sul primo tema Abravanel e Cominelli hanno già fatto delle considerazioni di quadro fondanti: i dati sugli esiti debbono essere resi pubblici. E forse sono già state abbozzate delle strade per proseguire.

Proviamo a fare il punto? A 10 anni dall’inizio, l’operazione “Valutazione standardizzata esterna degli apprendimenti di base” sembra infine quasi in porto. Le resistenze, limitate a pochi territori e gonfiate da una stampa amica, probabilmente si attenueranno. Manca all’appello ancora l’esame di Stato di secondaria superiore; il ministro Gelmini aveva negli ultimi tempi fatto dei passi indietro probabilmente per motivi tecnici - mancanza di un riferimento autorevole a livello internazionale - e politici. Forse il nuovo clima governativo aiuterà ad accelerare i tempi.

Ma il problema sta nel cosa fare di quei dati, che per ora permangono largamente inutilizzati. Se è difficile sapere cosa accade ed è accaduto nelle singole scuole in proposito, non dovrebbe essere difficile accertare quante scuole scaricano i dati relativi ai risultati dei loro studenti. Quelli della Prova nazionale di terza media sono stati inviati proprio in questi giorni.

Tuttavia, valutare le scuole solo sulla loro base dei risultati immediati dei ragazzi non è sufficiente. Occorrono altri due passi: la determinazione del valore aggiunto delle scuole e la integrazione con altri dati di processo più qualitativi, eventualmente anche con gli esiti successivi degli studenti in termini di occupabilità o di successo universitario.

Quella del “valore aggiunto” è una strada inevitabile, già in parte percorsa dalla ricerca internazionale ed avviata anche dall’Invalsi, anche se forse non ci si possono attendere risultati ultimativi. Probabilmente si potranno individuare le ali di negatività e positività; dai primi esperimenti fatti in Italia sui dati Pisa, sembra che la statistica non ci aiuti fino in fondo a distinguere fra i valori aggiunti delle scuole che stanno nel gruppone di mezzo. Sarebbe già molto però: individuare e supportare i punti deboli e diffondere gli esempi positivi.



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COMMENTI
28/11/2011 - Una ricetta senza ingredienti essenziali (enrico maranzana)

In una scuderia della Ferrari la misurazione degli esiti delle prestazioni dei prototipi di F1 ha come scopo primario la validazione delle scelte PROGETTUALI. In modo del tutto analogo la valutazione esterna delle scuole, a cui lo scritto fa esplicito riferimento, perde la propria incisività se non è associato alla valutazione interna, controllo originato dalla puntuale applicazione sia dei dettami della dottrina dell’organizzazione, sia dell'ordinamento vigente. Ma tale associazione è contrastata dalla cultura imperante nella scuola, figlia del comune sentire e non della razionalità, della legalità, della conoscenza. Su questo giornale qualche giorno fa era scritto: "Mi auguro che le ragioni della scuola, dell’insegnamento e dell’educazione dei ragazzi, .. non vengano spazzate via dalle ragioni dell’efficientismo o, ancora peggio, da un’ottica 'aziendalista'".