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SCUOLA/ Il vicesindaco di Milano: gli studenti "meticci" ci salvano dalle classi-ghetto

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Quelle linee guida lo prevedono per i bambini stranieri «con ridotta conoscenza della lingua italiana». Su questo tema, quando divenne un caso pubblico (il caso della scuola elementare di via Paravia a Milano, finito in tribunale, ndr) dissi al ministro Gelmini che la norma era stata interpretata in modo troppo rigido, perché abbiamo nelle scuole percentuali molto più alte di bambini con genitori stranieri - e quindi con cognome straniero - che in realtà sono dei «piccoli milanesi»...

Via Padova è un caso simbolo a Milano. Ce ne sono altri?

Nella «Chinatown» intorno a via Sarpi, dove parliamo di immigrati di terza generazione, le famiglie chiedono alla scuola che i bambini non perdano la padronanza della lingua madre. Ci sono progetti che coinvolgono insegnanti di cinese addirittura all’interno della parrocchia. Edgar Morin direbbe che dobbiamo educarci alla complessità dei nuovi tempi.

Ma che cosa vuol dire in pratica?

Che non dobbiamo vivere il confronto e l’intervento come spesso si è fatto in passato, in modo emergenziale o assistenziale. Vuol dire che siamo chiamati a una riorganizzazione della vita delle nostre scuole.

La classe docente è preparata, non solo dal punto di vista umano ma anche professionale, al cambiamento imposto dai tempi?

Io vedo che gli educatori più giovani hanno una consapevolezza e una capacità di affrontare il tema che i colleghi più anziani non hanno. Noi, come amministrazione comunale, attraverso le norme del diritto allo studio cerchiamo di far fronte alle situazioni più fragili all’interno delle scuole statali, oltre che nelle scuole dell’infanzia comunali. E vedo un moltiplicarsi di esperienze molto belle che portano i genitori ad incontrarsi, a creare un «meticciato» tra famiglie. Il problema sta piuttosto nella struttura.

Un deficit di flessibilità?

Sì, dal punto di vista burocratico è ingessata. Deve modernizzarsi. Ad esempio la difficoltà ad avere le cattedre coperte prima dell’inizio dell’anno porta a dover far fronte a vere e proprie emergenze, che si ripercuotono sui bambini più fragili. Fragilità, disabilità, integrazione sono i nostri fronti sempre aperti, ma una maggiore flessibilità potrebbe senz’altro rendere più funzionale la nostra offerta scolastica.

Quello che viene fatto nelle classi secondo lei ha una ricaduta sulle famiglie d’origine?

Dai segnali che provengono dalla nostra iniziativa «Maggio 12» - dove striamo ascoltando 3mila insegnanti delle nostre scuole comunali, materne e civiche, oltre a personale di coordinamento e famiglie - vediamo che il tema del dialogo coinvolge prima di tutto i genitori, che conoscono mondi diversi dal proprio. La risposta è stata ottima, segno che insegnanti e famiglie si sono sentiti protagonisti in un ambito dove la dialettica rischia di essere in prima battuta conflittuale.

La scuola è in funzione del dialogo, o viceversa?



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COMMENTI
01/12/2011 - no a slogan calati dall'alto (francesco taddei)

Per riorganizzare la scuola non basta una riassettata. bisogna avere degli ideali da cui partire e applicarli alla realtà. credo che la frequenza regolare della scuola dell'obbligo sia condizione necessaria per acquisire la cultura italiana e quindi la cittadinanza. per quello che riguarda la legislazione in quella fascia d'età ogni essere umano è uguale, ma per acquisire la cultura di un paese occorre un percorso.