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SCUOLA/ 5 mosse per risolvere il rebus di "accorpamenti" e istituti comprensivi

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Gli “accorpamenti tra scuole piccole” e i “nuovi istituti comprensivi” sono due problemi che si aggiungono ai non pochi che ha oggi la nostra scuola. Certo: siamo in tempo di vacche magre, e non si può più vivere la gestione del servizio scolastico statale all’insegna dello “spreco facile”. Negli ultimi anni la situazione è diventata quella che è, e bisogna intervenire. Però: calma. Pensiamoci bene, prima di agire: sbagliare ad impostare la soluzione di questi due problemi potrebbe essere fatale per la nostra scuola.

Il giusto dimensionamento. Non sempre “piccolo è bello”, o “meno siamo meglio stiamo”. Se si deve risparmiare, prima o poi si impara che le economie di scala non sono solo convenienti, ma anche intelligenti e ragionevoli. La scuola italiana nei primi anni 90 del secolo scorso cominciò a fare i conti con gli sprechi gestionali, iniziando con (più o meno) massicci interventi di razionalizzazione della rete scolastica. Ma senza grandi risultati, per un motivo abbastanza semplice: a decidere erano i provveditori agli studi, in base a piani deliberati dai Consigli scolastici provinciali. Insomma, gli “addetti ai lavori” dovevano “tagliare se stessi” ...virtuosismo poco credibile.

Poi la Legge 59/1997 sancì la trasformazione delle scuole in “istituzioni scolastiche dotate di autonomia gestionale e personalità giuridica” (quest’ultima era prima riservata agli istituti tecnici e professionali) ed il suo primo decreto attuativo (DPR 233/1998) dettò nuove norme per il “giusto dimensionamento”: non meno di 500 alunni e non più di 900, salvo deroghe, sia verso l’alto che verso il basso, per essere “scuole autonome” con a capo un “dirigente”.

L’applicazione del DPR 233/1998 fu più efficace delle precedenti norme, anche perché a decidere non erano più chiamati i portatori di interessi esclusivamente “scolastici” (provveditori e Csp), ma le Regioni, in base alle proposte delle Conferenze provinciali degli Enti locali, portatori di interessi più “generali” (compreso, in primo luogo, l’uso intelligente e adeguato delle strutture edilizie di patrimonio pubblico). Siccome, però, il limite minimo per l’esistenza di una scuola autonoma poteva scendere a 300 per le istituzioni in zone montane, o nelle piccole isole, o in zone di confine (“caratterizzate da specificità etniche e/o linguistiche”), si è determinata una situazione nazionale di dimensioni delle scuole non uniforme. Logico che le “economie di scala” siano più giuste ed efficaci dove c’è popolazione più concentrata che dove la popolazione è sparpagliata. Fin qui le differenze sono più che legittime: sacrosante. Bisogna stare coi piedi bene in terra, e considerare che l’Italia ha un territorio molto vario; ma qualcosa non ha funzionato, evidentemente.

Fatta la legge, gabbato lo Stato. Ogni legge si chiude con la formula: “E’ fatto obbligo a chiunque spetti di osservarla e farla osservare”. Ma è vero? Forse non dovunque con la stessa intensità. A 13 anni dal DPR 233/1998 sta per essere varato un nuovo Regolamento recante norme per la riorganizzazione della rete scolastica (in attuazione dell’art. 64 della Legge 133/2009) con diversi criteri di aggregazione delle scuole e parametri di riferimento per riconoscerne l’autonomia. Allo schema di tale Regolamento il Miur ha allegato un documento, dalla cui analisi emergono aspetti interessanti.

Oggi in Italia ci sono 1.591 istituzioni scolastiche autonome (sulle circa 10.000 in totale) al di sotto del parametro minimo di 500 alunni. Dire 1.591 fa specie, ma non è questo il punto: non stupisce il numero delle scuole “piccole” (se salvaguarda le giuste “specificità”, s’intende), ma la loro distribuzione. Facendo una rassegna delle concentrazioni di “scuole piccole” in numero superiore a 10 nello stesso comune, si scoprono cose notevoli:



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