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SCUOLA/ 5 mosse per risolvere il rebus di "accorpamenti" e istituti comprensivi

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Gli istituti comprensivi. Già all’epoca dei primi piani di razionalizzazione si diede la possibilità di unificare le scuole elementari e medie in istituti comprensivi, talvolta comprendenti le (non numerose) scuole materne statali. L’idea di unificare tutto il ciclo della allora “scuola dell’obbligo” non era piaciuta molto, in quanto sembrava mirasse a sminuire la scuola media rispetto all’elementare, da una parte, e la superiore, dall’altra (sensazione poi rafforzata dalla promulgazione della Riforma Berlinguer, la poi abrogata Legge 30/2000).

Ma il numero degli istituti comprensivi aumentò molto, perché valse spesso l’opportunità di evitare delle aggregazioni “bizzarre”, più che la “questione di principio” di salvaguardare la specificità della scuola media. Ad esempio, se in un paese (come nel mio d’origine) c’è una scuola elementare con a fianco una media, non c’è bisogno di tanta scienza per capire come sia “naturale” costituire un istituto comprensivo, invece di aggregare l’elementare ad un’altra del comune a nord, e la media all’altra del comune ad est. Eppure fu fatto proprio così, all’epoca dei piani decisi a maggioranza dai Consigli scolastici provinciali e poi adottati dai provveditori; solo dopo anni dal DPR 233/1998 la situazione fu rivista.

Quindi, a prescindere da questioni di principio, certe situazioni reclamano la verticalizzazione; altre no. Però resta il fatto che, pur accettando la verticalizzazione per ragioni di opportunità, non si può negare che la gestione di un istituto comprensivo (provare per credere) è molto più complessa della gestione di due scuole dello stesso grado.
Invece la recente Legge 111/2011 “impone” la verticalizzazione (riprendendo, curiosamente, la motivazione di “favorire la continuità educativa all’interno del primo ciclo di istruzione” che stava alla base della berlingueriana Legge 30/2000, discutibile dai punti di vista pedagogico e gestionale).  Così tutti i circoli didattici e le scuole secondarie di I grado rimasti legittimamente (fino ad ora) separati e autonomi, adesso devono sparire. Anzi, la nuova legge va oltre: per acquisire l’autonomia i nuovi istituti comprensivi devono essere costituiti “con almeno 1.000 alunni”, e una scuola con meno di 500 alunni non verrà più assegnata ad un dirigente scolastico con contratto a tempo indeterminato.

Tutto da rifare? Se tutto quanto sopra dà un quadro abbastanza comprensibile della situazione, è bene sapere che adesso dovrà mutare di nuovo. Tornando, infatti, al nuovo Regolamento che sta per essere promulgato, si legge (art. 2, comma 1): “Per acquisire e mantenere l’autonomia, le istituzioni scolastiche devono avere un numero di alunni compreso, nell’ultimo quinquennio, tra 500 e 900 alunni. Tali parametri, già previsti dal decreto del Presidente della Repubblica 18 giugno 1998, n. 233, sono assunti come inderogabili”. Il tutto, tenendo conto “delle caratteristiche demografiche, orografiche, economiche e socioculturali dei bacini di utenza di ciascuna sede scolastica, nonché della distanza dalle scuole viciniori, dell’agibilità delle vie di comunicazione, dei tempi di percorrenza delle stesse” (art. 1, c. 2, lettera b): quindi resterebbe la deroga al minimo, sempre fino a 300, “nelle piccole isole, nei comuni montani, nelle aree geografiche caratterizzate da specificità etniche e/o linguistiche” (art. 2, c. 3), mentre il “massimo di 900 alunni non si applica agli istituti insistenti in aree ad alta densità demografica o da istituti di istruzione secondaria di II grado con finalità formative che richiedono beni strutturali, laboratori ed officine di alto valore tecnologico o artistico” (art. 2, c. 5).



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