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SCUOLA/ 5 mosse per risolvere il rebus di "accorpamenti" e istituti comprensivi

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Ma allora, i nuovi comprensivi previsti dalla Legge 111/2011 si devono costituire o no? E’ vero che il recente Disegno di Legge di stabilità 2012 (DDL 2968 AS) corregge il minimo da 500 in 600 (e la deroga “in giù” da 300 a 400). Ma sarebbe strano che in una stessa provincia, e in uno stesso comune, ci fossero istituti comprensivi “correttamente dimensionati” con 610 alunni, accanto a “nuovi comprensivi” dimensionati diversamente, ai sensi della legge 111/2011, con magari 1.500 alunni. E quando ci sarà il nuovo Regolamento, anche così corretto al rialzo, cosa succederà? Diciamocelo pure: c’è di che disquisire (e, in Italia, chi non disquisisce ... sparisce).

Forse aveva ragione Gino Bartali: “’iè tutto sbagliato, ’iè tutto da rifare ...”

Un modesto parere conclusivo. Per non lavorare a vuoto, facendo e disfacendo in continuazione dei “piani di razionalizzazione” che sembrano assai poco razionali, occorre realismo. Una road map credibile ed attuabile potrebbe essere delineata più o meno in questi termini:

- prima di tutto, ingiungere a chi non ha ancora correttamente dimensionato le scuole ai sensi del DPR 233/1998 di delberare subito le nuove aggregazioni, entro dicembre 2011, e renderle operative dall’anno scolastico 2012/13;

- ricalcolare il “numero sostenibile” di istituzioni scolastiche per ogni Regione, in rapporto alla conformazione territoriale, dividendo per 800 (cioè il doppio del nuovo minimo) il numero totale degli alunni iscritti alle scuole statali, distinti per ordine/grado, e definendo così il “numero ragionevole” delle istituzioni scolastiche statali che possono operare in quella Regione, da correggere solo verso l’alto;

- poi verificare bene che le istituzioni rimaste fuori dal “nuovo riallineamento” si possano moderatamente rimescolare, rivedendo i vecchi piani di dimensionamento alla luce delle nuove esigenze di risparmio (evidenti a tutti) e delle effettive realtà locali, rispettando rigorosamente il numero massimo “sostenibile” e disponendo con maggior calma le aggregazioni dall’anno scolastico 2013/14;

- controllare a ciclo continuo le situazioni “eccezionali” o “al limite”, perché non accada che l’eccezione diventi regola (come sembra sia accaduto molto sistematicamente);

- differenziare, perché no?, gli stipendi a seconda del numero di alunni delle scuole cui un capo d’istituto è preposto, piuttosto che obbligare i dirigenti scolastici ad assumere la reggenza di un’altra istituzione, magari distante da quella di titolarità.

Soprattutto, però, si eviti di tenere la scuola italiana sempre sulla corda, in fibrillazione continua perché “del doman non v’è certezza ...”: così si mortifica non solo la professionalità dei docenti e dei capi d’istituto, ma si mortifica la scuola tutta. E’ vero che a questo mondo siamo tutti precari, ma non esageriamo. Grazie.



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