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SCUOLA/ Perché da un docente malvestito si impara meno?

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Si badi bene, non si tratta di pensare i corridoi della scuola come una passerella, né di dare il primato al fashion; ma di considerare che forma e sostanza non sono mai scindibili, vanno a braccetto. Accade in casa tra l’uomo e la donna, e nelle classi tra insegnante e discente.

Inoltre non è solo per questa forma transitiva – ossia relativa all’altro – che vale la pena vestirsi bene, è anche per se stessi. L’habitus è in primo luogo mentale, solamente dopo viene cucito in sartoria. Avere coscienza di sé e del proprio valore, anche professionale, suscita la voglia di presentarsi bene e di curarsi. Trattarci bene è un segno di rispetto personale in qualche modo dovuto a noi stessi. Nuovamente, non si tratta certo di investire un patrimonio nello shopping né tantomeno di agghindarsi; ispirare dignità e rispetto è oggi alla portata del portafoglio di qualunque professionista. A proposito di professionista, se proprio vogliamo passare anche a un piano sovra-individuale, certo meno interessante del precedente, non possiamo non spendere qualche parola su come veda se stessa la categoria degli insegnanti. Prima ancora che su come sia vista dall’esterno. Il terzo “Rapporto sulla scuola in Italia 2011” della Fondazione Giovanni Agnelli in uscita a dicembre, fra altri aspetti, ci dirà anche qualcosa circa la scarsa autostima degli insegnanti italiani.

Il ridotto riconoscimento sociale che ha purtroppo investito la classe insegnante necessita, per essere ribaltato, innanzitutto l’alzare la testa da parte dei professori stessi, un riprendere consapevolezza della dignità e dell’imprescindibilità del proprio ruolo per la società tutta. Essere dimessi dentro, e poi fuori, è il primo passo verso le dimissioni dal compito. E nel caso si alzi la testa è bene che la piega sia recente, se non fresca, e la barba ben rasata.

Siate ambiziosi, è forse questo l’invito da rivolgere agli insegnanti oggi. Proprio nel senso di riappropriarsi di un ambito in cui stare bene e a cui presentarsi anche con una certa eleganza. Dall’ambitus all’habitus il passo è infatti breve, e leggero. Con beneficio di tutti.



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COMMENTI
14/01/2012 - PREGIUDIZI E FORMALISMI (Giorgio Armato)

La descrizione di Ballerini dell'auspicabile look dell'inegnante è un esempio di 'italianismo' vuoto e fumoso. Anzitutto comincia e perpetra per tutto l'articolo una confusione tra lo 'sporco' e il 'malvestito'. L'inizio d articolo parlava di camice messe 3 gg di fila,non di vestiti tout court. L'insegnante si veste come diavolo vuole, purchè rispetti la pulizia. E Ballarini ci risparmi il fraudolento passaggio dall'igiene al 'benvestito'. Ho visto colleghi in bermuda e sandali avere piena attenzione e interesse dalla loro classe. Inoltre, non so come Ballarini si vesta qnd va ad 'incontrare qcno', ma io - di solito - mi vesto come mi pare.

 
30/11/2011 - è proprio così! (marelia gabrinetti)

L'autore dell'articolo mi trova assolutamente d'accordo. Essere curati nel vestire, nel porsi ai ragazzi in un mestiere fondato sulla relazione è fondamentale. Forse è appena il caso di ricordare che noi siamo prima visti e poi ascoltati. Infatti, il 75/80% delle informazioni che raggiungono la nostra corteccia cerebrale passa attraverso gli occhi, perchè prima si attiva l'emisfero destro del cervello, quello visivo e emotivo, e successivamente quello sinistro (logico e razionale, Balboni 1999). Facile quindi decidere di ascoltare una persona che affascina per l'aura che la circonda (compreso quindi il modo di vestirsi, i colori scelti, un tocco garbato di profumo, Proust non ricorda proprio niente a nessuno?) e "boicottare" chi va in classe spettinato, sciatto, con pantaloni sgualciti e scarpe impolverate e che magari si esprime con voce mono-tono. Vivere in classe, oggi, con ragazzi che nemmeno incrociano i genitori appena alzati al mattino e che, quindi, escono di casa vestiti in ogni modo, significa anche proporsi come modelli ai quali ispirarsi. Certo, la Fondazione Agnelli ci ricorda che l'età media della classe insegnante è quella dei nonni dei nostri alunni, ma allora l'invito dell'autore dell'articolo ha proprio colpito nel segno! Tutti abbiamo un grande desiderio di bellezza dentro di noi: aiutiamoci reciprocamente a tenerlo vivo anche avvalendoci di strumenti non verbali.

 
30/11/2011 - Basta essere vestiti (Gianni MEREGHETTI)

Ho sempre pensato che bastasse essere vestiti per entrare in classe, non mi sono curato più di tanto di come vestirmi eppure non mi pare che per questo non sia stato nei limiti delle mie possibilità un discreto insegnante. Certo la dignità del presentarsi è decisiva, ma allora la questione non è ben vestito o malvestito, la questione è che uno sia se stesso nel modo con cui si veste, che uno trasmetta nel vestirsi la sua percezione di se stesso e della realtà. C'è una dignità da avere, la dignità per cui un insegnante va in classe a sfidare i ragazzi e le ragazze a guardare la realtà. Vestirsi in modo dignitoso e per me vuol dire semplice è un modo per aiutare a guardare il mondo, ad aprire gli occhi sul reale.