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SCUOLA/ Israel: è pronto il "golpe" Miur-sindacati per occupare la scuola

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La riunione del 3 novembre è la rappresentazione plastica della situazione. In assenza del ministro, si è ricostituito il tradizionale asse tra dirigenza ministeriale e sindacati, quell’asse di fronte al quale i ministri dell’ultimo ventennio hanno avuto due soli atteggiamenti: o cavalcarlo o subirlo. Di fronte all’assenza sempre più marcata della politica, la macchina ministeriale lavora a pieno ritmo e manifesta forme di dirigismo inaccettabili in una democrazia liberale. Sarebbe lungo stendere la lista di questo attivismo. Si va dalle innumerevoli sperimentazioni sulla valutazione, mai sottoposte a reale verifica, alla gestione del concorso per i presidi che non si segnala soltanto, o tanto, per gli errori, quanto per il carattere delle domande, tutte tese a selezionare esecutori burocrati asserviti a un’ideologia educativa di Stato. Del resto, è la stessa linea che il ministero impone agli insegnanti.

Vada avanti.

Si sproloquia di una rivoluzione che in pochi anni dovrebbe trasformare la scuola dell’insegnamento in scuola dell’apprendimento e gli insegnanti in facilitatori. Ma quando, dove e come - in quale sede politica - è stata decisa una simile «rivoluzione»? Si parla di riunioni in cui alti dirigenti ministeriali sollecitano i docenti a stabilire rapporti «friendly» con gli studenti. Basta parlare con gli insegnanti nelle scuole per sentirsi dire che «dall’alto» arriva insistente l’indicazione di far studiare sempre di meno. L’interpretazione della legge per l’editoria digitale nel senso di stimolare un cambiamento di contenuti dei testi fino a includervi pesanti parti di videogiochi (sic!) è un’altra iniziativa ministeriale che entra con le scarpe chiodate su delicate questioni culturali, senza che mai si sia dibattuto o deciso nulla del genere in alcuna sede politica. E si potrebbe continuare a lungo. Tutto questo configura una condizione di dirigismo burocratico-statalista di un’invadenza inaudita e oltretutto ispirato a ben determinate ideologie che possono essere condivise o meno, ma che è inaccettabile imporre per via amministrativa.

Cosa dobbiamo aspettarci?

Nel momento in cui questa intervista apparirà la situazione politica potrebbe essere precipitata. Diciamo quel che dovremmo augurarci: un ministro - l’attuale o un altro - che abbia la forza di far valere la politica e che rimetta entro i loro argini sindacati e dirigenza. Perché in un paese democratico gli alti funzionari - che sono nominati e non eletti - debbono essere «usi a obbedir tacendo», ponendo le proprie competenze tecniche al servizio delle decisioni prese dalla politica.

(Federico Ferraù)



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COMMENTI
09/11/2011 - Quiz (Giorgio Israel)

In un interessante articolo pubblicato ieri su Italia oggi (http://rstampa.pubblica.istruzione.it/utility/imgrs.asp?numart=16LJMY&numpag=1&tipcod=0&tipimm=1&defimm=0&tipnav=1) si dice: «Il fabbisogno non tiene conto del sostegno che servirà a riassorbire gli esuberi: in questo caso i corsi saranno tenuti dall'Ansas e non dalle università». Un piccolo quiz: chi è il capo dell'Ansas?

 
08/11/2011 - Non c'è più tempo (Chiara Esse)

“Un dirigismo burocratico-statalista di un’invadenza inaudita”: si individua perfettamente la radice dei mali. La via d’uscita: autonomie responsabilizzanti ad ogni livello della scala, fino a quello individuale. Dal centro si devono diramare poche direttive generali. Punto. Quando si tratta di numeri, il centro dà i numeri... Il centralismo statalista, soprattutto quello romano-sovietico vergognosamente fallimentare, inefficiente, asfissiante e perverso, ha fatto il suo tempo. Mentre ringrazio di cuore il Professor Israel, esprimo tutto il mio rammarico per il fatto che la sua voce sia tonante ma isolata. Tra i responsabili del declino italiano, di cui - sia chiaro - qui si illustra una tessera importante, ci sono tutte le forze, più che della conservazione, della reazione vera e propria (sindacati, burocrazia romana, sedicenti liberali che hanno tradito ogni punto programmatico e demagoghi autentici che si stanno scaldando a bordo campo) e intellettuali e professori universitari che stanno nella turris eburnea o si cullano in un pensiero che forse era progressista qualche generazione fa. Il nostro Paese, ingessato da corporativismi e protezionismi, richiede una rivoluzione, pacifica ma una rivoluzione.