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SCUOLA/ Licei vs. istruzione tecnica, smontare il centralismo in 6 mosse

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Caro direttore,

Il lavoro e la formazione dei giovani è il titolo dell’ultimo libro (editrice La Scuola) di Giuseppe Bertagna, docente in varie università ma noto ai più come il principale consigliere di Letizia Moratti nei cinque anni del suo ruolo di ministro della Pubblica Istruzione (2001-2006). Furono cinque anni di grandi speranze per una vera riforma della scuola e nel 2006, elaborata ed attivata faticosamente sul piano legislativo, stava per andare in porto. Prevedeva la famosa costruzione del doppio canale nella scuola superiore: da un lato il sistema dei licei gestiti dallo Stato e dall’altra il sistema dell’istruzione tecnica e professionale assunto dalle regioni con pari dignità del canale statale con possibilità di interscambio e sbocco universitario. Inoltre introduceva il criterio dell’orario obbligatorio per gli alunni distinto da quello opzionale.

Ma nel 2006 il centrodestra perse le elezioni ed il governo successivo, col ministro Fioroni, azzerò il tutto ripristinando il vecchio sistema. Dopo due anni, di nuovo al potere, il centrodestra col ministero Gelmini sorprendentemente non ribalta l’impianto ristabilito da Fioroni, anzi lo stabilizza fino al punto che gli Ips, da sempre detentori di corsi triennali professionalizzanti, diventano corsi di cinque anni con dichiarato asse culturale generalista.

Il libro si legge con crescente piacere perché chiarisce il fallito tentativo Moratti di superare la italica separazione tra generalismo e addestramento nella formazione dei giovani. Utilissima anche la precisazione sulle tre fasi Moratti-Fioroni-Gelmini e la descrizione dello stato attuale della problematica con la definizione del sistema Mor-fior-mini.

Notevole la valorizzazione della valenza umanistica e formativa del lavoro, che viene fatta risalire alla Bibbia e ridiscendere nella necessità di un sistema educativo e formativo integrato dove lo studio comprenda il lavoro e viceversa. Sembrerebbero perfino cose ovvie per noi del nord, abituati fin da piccoli a questo tipo di valutazione e imbevuti della famosa “cultura del lavoro”.

L’autore individua quasi senza speranza un’anomalia italiana, perché il totale annullamento della dignità dei percorsi formativi tecnico professionali è senza eguali in Europa, ma non si pronuncia, se non genericamente, circa i fondamenti dell’anomalia. Ed essa è davvero il nocciolo del problema, che consiste – a mio modo di vedere – nella concezione, diversa tra nord e sud, di cosa sia la cultura. Questa differenza è antica ma negli ultimi decenni la concezione centro-meridionalista ha preso il sopravvento anche al nord grazie alla enorme dilatazione dello Stato.



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