Educazione
giovedì 15 dicembre 2011
«La riforma Gelmini non si cambia, bisogna solo oliare il sistema»: così il ministro dell’Istruzione, Francesco Profumo, si è espresso ieri, illustrando, in estrema sintesi, le linee programmatiche della sua azione di governo. Resta da capire come tali linee si dispiegheranno nella concretezza dei temi all’ordine del giorno. Valentina Aprea, Presidente della VII Commissione Cultura della Camera, interpellata da ilSussidiario.net, spiega come vanno interpretate le parole del ministro. «Nel caso della riforma dell’Università, bisogna ricordare che il professor Profumo ne è stato uno dei promotori e che da rettore del Politecnico di Torino, che è una delle eccellenze italiane, è sempre stato consultato in merito al suo impianto, di cui ha contributo fattivamente a impostare i principi».
Alcuni suoi suggerimenti si sono tradotti in pratica. «L’Ateneo torinese, oltre ad esser sempre stato tra i più attivi nella ricerca, è stato il primo a sperimentare le fondazioni e la chiamata dei professori dall’estero, una serie di misure pioneristiche divenute in seguito parte integrante della riforma». Non solo: «la sintonia tra Profumo e la Gelmini, del resto, è testimoniata dal fatto che è stato proprio l’ex ministro e indicarlo per la presidenza del Cnr». Veniamo alla riforma della scuola: «al di là della riforma degli ordinamenti – continua Aprea –, ormai consolidati e in via di attuazione, le innovazioni con cui si stava confrontando la Gelmini credo siano pienamente condivise dal ministro. Si parla, infatti, di valutazione, qualità ed eccellenza». Il ministro ha anche detto che bisogna oliare il sistema. «Significa – spiega l’onorevole – che occorre proseguire nell’attuazione di quanto messo a punto sinora, individuando punti di forza e di debolezza, rafforzando i primi e superando i secondi. Mi auguro, ad esempio, che con il ministro si possa riprendere velocemente la questione del reclutamento e dello stato giuridico dei docenti nell’ottica di rafforzamento dell’autonomia. E che si superino le vecchie logiche del secolo scorso, che parlavano di gestione burocratica della docenza italiana e di una governance decisamente più centralizzata».
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