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SCUOLA/ Cos’hanno fatto i prof per aver perso la fiducia degli allievi?

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La prima è una qualità che si misura dalla credibilità di chi la incarna e cui, a tale condizione, volentieri ci si sottomette e che volentieri è accordata; il secondo è prerogativa dello Stato e rappresenta il mero esercizio della forza, talora legittimo e necessario (vedi la “forza pubblica”) talaltra odioso, specie quando vuole dettare regole (p.es. in materia scolastica) che oltrepassano il compito regolativo che a esso compete. Il caso menzionato – comprovato dal consolidato e ragionevole assent (l’ “assenso” newmaniano) della comunità britannica a una legge che sorregge prima che punire –, insegna dunque che il potere si subisce, un’autorità si riconosce; che il potere ha a che vedere con la forza, l’autorità con la verità e la libertà; che il potere c’entra con lo Stato, l’autorità con la comunità; che il potere parla con l’organizzazione centralistica, l’autorità col rischio della persona.

Ma urge ricuperare, riguadagnare, il senso originario delle parole, di certe parole – si vedano, nei paraggi, eredità, tradizione, maestro, verità –, non anzitutto per cullarsi nella finzione di restaurare il tempo andato (questo appunto fu l’errore dei monarchi e imperatori che nel 1814 a Vienna credettero di rimediare al terremoto della grande révolution e ai suoi effetti destabilizzanti con la pura e semplice “restaurazione” delle corone e la riaffermazione del principio di legittimità), bensì per ritrovare un tracciato certo e sensato entro il labirinto che è divenuto il pianeta globalizzato e meccanizzato in cui siamo heideggerianamente “gettati”.

Ci viene in soccorso l’etimologia, piuttosto arte del continuum temporale che scienza delle remote radici verbali. Auctoritas dice la qualità stabile dell’auctor, di chi cioè ha la forza provata di “far crescere” o, meglio, ha la sapienza di interpellare e lasciar maturare, dispiegare, in altri, solitamente più giovani, la loro anima o, se si vuole, la loro libertà. L’auctor – non uso il bel vocabolo italiano, ché qui suonerebbe equivoco e restrittivo – non è tuttavia uno psicologo: egli non tanto sonda o indaga i meandri dell’interiorità, quanto aiuta a costruire una volontà e un giudizio solidi e certi col mostrare i segni che nel mobile e confuso mondo reale fanno scoprire un senso vero, benefico, duraturo e ne fanno gustare il buon sapore. Non è inutile ricordare l’intima ispirazione religiosa del verbo augere, “accrescere”, che l’educatore-auctor esercita: al mistero del seme che, gettato con timore e speranza dall’agricoltore nella terra, miracolosamente dà frutto alla sua stagione fa pendant il segreto cambiamento, la maturazione, l’incremento di coscienza, non programmato né spontaneo bensì libero, di un cuore che risponde a un cuore, come recita la formula biblica – cor ad cor loquitur – fatta incidere sullo stemma cardinalizio dal beato John H. Newman. Scrive mons. Giussani, nel Rischio educativo: “l’autorità è l’espressione della convivenza in cui si origina la mia esistenza. L’autorità in un certo modo è il mio «io» più vero. Spesso invece oggi l’autorità si propone ed è sentita come qualcosa di estraneo, che «si aggiunge» all’individuo. L’autorità resta fuori della coscienza, anche se magari è un limite devotamente accettato” (p.84).



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COMMENTI
25/12/2011 - Ma cosa hanno fatto gli allievi .... (Gianni MEREGHETTI)

Viene da chiedersi che cosa hanno fatto gli allievi per aver perso la fiducia dei loro prof. E' una domanda che bisognerebbe farsi, una domanda provocatoria, una domanda che va al cuore della questione dell'autorevolezza, perchè l'autorità si perde laddove è incapace di puntare sulla libertà dell'altro. Evidentemente gli studenti hanno fatto qualcosa di grave perchè oggi dentro la scuola ci sono tanti prof che hanno fiducia in loro stessi o nelle regole comuni e pochi che invece hanno fiducia nello studente che si trovano di fronte! Ma l'autorità inizia laddove c'è questa fiducia originaria, questa scelta di simpatia totale dell'altro. E' il desiderio di questo Natale, portato davanti al presepe, che vi siano sempre più insegnanti che sappiano puntare tutto sulla libertà dei loro allievi. E' così che la scuola diverrebbe un luogo in cui si gusterebbe ogni ora di lezione come occasione per la propria umanità.