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SCUOLA/ Cos’hanno fatto i prof per aver perso la fiducia degli allievi?

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A questo punto, non c’è da attendersi una revisione, ministeriale e perciò forzosa, “d’autorità”, delle condizioni climatiche che favoriscano nella scuola il riconoscimento dell’autorità autentica, così come non si vede chi, a uno stadio istituzionale più alto e più lato, si decida a ripensare i fondamenti filosofici, giuridici, istituzionali della cultura europea, e sia disposto a raccogliere il sollecito invito di Benedetto XVI (che da papa va rinnovando dal 2006 almeno) ad allargare gli angusti confini mentali e normativi in cui un ormai logoro illuminismo ha ridotto la ragione. Nemmeno può bastare il generoso (ma meno diffuso di qualche decennio fa) slancio “missionario” di tanti insegnanti, di rado impegnati in prima persona a trascendere – e non dico “eludere” – la parzialità del proprio insegnamento disciplinare per esercitare quella necessaria funzione interpretativa, quell’uso forte della ragione con cui offrire a un giovane un’ipotesi chiara e leale e per essa introdurlo nella realtà effettiva del mondo e della cultura, entro l’orizzonte del tempo delle generazioni non meno che dello spazio dell’attualità. La stessa capacità rivelativa che Dante, a distanza di tredici secoli, scopre nel “saggio” Virgilio, che al principio della Commedia egli apostrofa così: “tu se’ lo mio maestro e mio autore”. La grata sorpresa della visita di Virgilio, che benignamente viene in soccorso a Dante nel pericolo estremo del perdere Dio e, con Lui, la ragione organo critico del libero arbitrio, dice meglio di tante analisi psico-pedagogiche quanto è necessario un maestro (non un professore!) che sì doverosamente insegni la verità, ma che soprattutto la renda plausibile, ragionevole, rispondente all’esigenza di un discepolo (non conta quanto espressa) di senso e significato dell’esistenza. E lo faccia testimoniando con la propria vita che la verità è più grande di noi, che essa ci giudica e ci libera, e va servita sempre.

Benedetto XVI, nella citata Lettera alla città di Roma, scrive: “L’educazione non può dunque fare a meno di quell’autorevolezza che rende credibile l’esercizio dell’autorità. Essa è frutto di esperienza e competenza, ma si acquista soprattutto con la coerenza della propria vita e con il coinvolgimento personale, espressione dell’amore vero. L’educatore è quindi un testimone della verità e del bene: certo, anch’egli è fragile e può mancare, ma cercherà sempre di nuovo di mettersi in sintonia con la sua missione”.

Posto dunque che l’autorevolezza è funzione della personalità professionale del docente, del suo impegno a cercare e, di più, a documentare la verità e della sollecitudine nei riguardi dei suoi allievi, ci si chiede in che modo sostenere nel tempo tale capacità autorevole. Nella mia esperienza più che ventennale di preside di liceo paritario, due cose, un metodo e una condizione, mi paiono produttive. La prima è l’approfondimento metodico, costante, personale e interdisciplinare, della ragione all’opera nella disciplina insegnata e, nell’identica misura, nel rispondere all’esigenza di senso che sale dagli studenti – esigenza, si badi, che è compito del didatta risvegliare facendo dell’ora di lezione non un mero esercizio di travaso di nozioni da assumere, ma un luogo di confronto fitto di domande e contributi critici.



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COMMENTI
25/12/2011 - Ma cosa hanno fatto gli allievi .... (Gianni MEREGHETTI)

Viene da chiedersi che cosa hanno fatto gli allievi per aver perso la fiducia dei loro prof. E' una domanda che bisognerebbe farsi, una domanda provocatoria, una domanda che va al cuore della questione dell'autorevolezza, perchè l'autorità si perde laddove è incapace di puntare sulla libertà dell'altro. Evidentemente gli studenti hanno fatto qualcosa di grave perchè oggi dentro la scuola ci sono tanti prof che hanno fiducia in loro stessi o nelle regole comuni e pochi che invece hanno fiducia nello studente che si trovano di fronte! Ma l'autorità inizia laddove c'è questa fiducia originaria, questa scelta di simpatia totale dell'altro. E' il desiderio di questo Natale, portato davanti al presepe, che vi siano sempre più insegnanti che sappiano puntare tutto sulla libertà dei loro allievi. E' così che la scuola diverrebbe un luogo in cui si gusterebbe ogni ora di lezione come occasione per la propria umanità.