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SCUOLA/ Cos’hanno fatto i prof per aver perso la fiducia degli allievi?

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La seconda, che rappresenta la condizione della precedente, si verifica raramente e come per astrale congiunzione: alludo al fare del corpo docente una comunità professionale d’insegnanti che insegnando educano, una comunità non casuale, ossia non aggregata in forza di graduatorie burocratiche regionali o provinciali, ma radunata intorno a un capo d’istituto che convoca i docenti in nome di un progetto culturale di respiro largo, in cui le persone credano e cui siano dedicate. Questo dà un volto riconoscibile a una scuola, questo fa di un liceo come pure di un istituto tecnico una scuola, altro che il blasone di cui si fregiano o gli allori su cui si adagiano certi rinomati licei centenarii italiani!

La funzione di autorità riposa sull’assenso personale e, insieme, comunitario a un fine condiviso e a un valore provato e riconosciuto efficace. Riprendo quanto ben detto da Abruzzese nel pezzo del 25 novembre: “Il mancato rispetto dell’autorità indica ... un mancato riconoscimento proprio di questa componente vocazionale. Tutto si manifesta come se chi svolge questi ruoli [scl. educativi, ndr] fosse percepito come qualcuno che si fosse ritrovato a farlo in modo casuale”. Questo è il punto: il sapere o, meglio, la conoscenza, come da tempo viene ripetendo e argomentando il grande linguista Eddo Rigotti, non è in definitiva il parto della mente isolata del genio; è invece, e in misura eminente, frutto di un’opera comune, è una “co-costruzione”, che si arricchisce dell’apporto di tutti coloro che alla conoscenza di un certo oggetto o alla soluzione di un certo problema dedicano solidalmente le loro energie.

Un anno fa, il Censis, nel suo 44° Rapporto sulla situazione sociale del Paese, scrisse: “nel Paese sono evidenti manifestazioni di fragilità sia personali sia di massa, comportamenti e atteggiamenti spaesati, indifferenti, cinici, passivamente adattivi, prigionieri delle influenze mediatiche, condannati al presente senza profondità di memoria e di futuro”. In sostanza, “siamo una società pericolosamente segnata dal vuoto, visto che ad un ciclo storico pieno di interessi e di conflitti sociali si va sostituendo un ciclo segnato dall’annullamento e dalla nirvanizzazione degli interessi e dei conflitti”. Questo ritratto della nazione terribilmente include un gran numero di giovani, dei quali una volta si diceva che “avevano il mondo in mano”. A ragazzi circondati da miseria di proposte ideali, quasi privi di un “io” cosciente e sicuro, non possiamo più impudicamente offrire illusioni o mezze verità destinate a smottare al primo urto della vita. Occorrono educatori veri, insegnanti credibili (ce ne sono) perché hanno investito in un mestiere, meglio: in una professione, che è l’opposto della riserva in cui troppi si sono ridotti, sotto l’ombrello del posto sicuro, rassegnandosi a non incidere. Ecco, voler essere incidenti, autorevoli, si può: non però per mera selezione aziendale (ma in vista non c’è neppure quella), bensì per elezione, per vocazione a un compito culturale imponente e urgente, che non ci sta davanti: ci sta addosso.



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COMMENTI
25/12/2011 - Ma cosa hanno fatto gli allievi .... (Gianni MEREGHETTI)

Viene da chiedersi che cosa hanno fatto gli allievi per aver perso la fiducia dei loro prof. E' una domanda che bisognerebbe farsi, una domanda provocatoria, una domanda che va al cuore della questione dell'autorevolezza, perchè l'autorità si perde laddove è incapace di puntare sulla libertà dell'altro. Evidentemente gli studenti hanno fatto qualcosa di grave perchè oggi dentro la scuola ci sono tanti prof che hanno fiducia in loro stessi o nelle regole comuni e pochi che invece hanno fiducia nello studente che si trovano di fronte! Ma l'autorità inizia laddove c'è questa fiducia originaria, questa scelta di simpatia totale dell'altro. E' il desiderio di questo Natale, portato davanti al presepe, che vi siano sempre più insegnanti che sappiano puntare tutto sulla libertà dei loro allievi. E' così che la scuola diverrebbe un luogo in cui si gusterebbe ogni ora di lezione come occasione per la propria umanità.