Educazione
martedì 27 dicembre 2011
Caro direttore,
devo essere sincero: non credo più ai maxi-concorsi. Per qualsiasi professione. Ma preferisco tutte quelle iniziative che garantiscono la stretta vicinanza tra ruoli professionali e servizio agli utenti. Come non credo più, per questi ed altri “ruoli pubblici”, al valore taumaturgico dello Stato e delle sue propaggini amministrative, centrali-ministeriali o periferiche-regionali.
Credo, invece, che dovremmo davvero prendere sul serio il nuovo Titolo V della Costituzione (legge n. 3 del 2001), e consentire per legge dello Stato, una volta stabiliti gli standard nazionali ed un ruolo “terzo” del corpo ispettivo, alle singole regioni, come già avviene nelle province autonome di Trento e Bolzano, di indire concorsi pubblici, aperti a tutti, ma vincolati alla copertura dei posti della sola regione prescelta, senza quelle furbate già troppe volte denunciate: perché il rigore del Veneto deve essere aggirato dal lassismo di altre regioni? Sussidiarietà significa rimettere al centro anche nel mondo della scuola gli enti locali, e non più lo Stato-Tutto.
Proviamo a pensare, anche per i concorsi pubblici, a cosa significa democrazia reale: se, in una scuola, dei docenti o presidi o bidelli non funzionano, perché non dare il potere ai rappresentanti dei cittadini in loco, a seguito degli esiti di un sistema di valutazione, anche di chiudere una scuola, di licenziare chi non funziona, di mettere in mobilità chi non è in grado di assumere questa responsabilità pubblica?
Questo significa realizzare in concreto il valore pubblico del servizio scolastico, togliendolo da una sorta di aureola mistico-statalista, quella che ancora oggi produce situazioni imbarazzanti nelle scuole, con i poveri presidi costretti a vere giravolte ogni anno pur di sistemare quei docenti che nessuno vuole. Questa è la scuola reale, sconosciuta al Miur.
Un concorso indistinto aperto a tutti, cioè un concorso ordinario, senza questo nuovo scenario, non farebbe altro che riprodurre all’infinito i soliti mali, anche se darebbe una chance ai giovani in gamba, immolati alla speranza di agguantare un posto (in totale 12.500) su 300.000 aspiranti.
Non ha più senso un maxi-apparato come il nostro Miur, che al mondo è secondo, come agenzia di lavoro, solo dopo il Pentagono. Noi dobbiamo uscire dai vecchi vizi assistenzialistici, quelli che hanno sino ad ora impedito di pensare alle riforme della scuola non a partire dal meglio per i nostri studenti, ma solo sui compromessi sugli organici.
E’ ad esempio serio che il Miur continui a ignorare che il cambio di supplenti delle ultime settimane (“fino agli aventi diritto”), in barba alla continuità didattica e al bene dei nostri studenti, è un vulnus che va sradicato? Ci vuole molto a scandire in modo tempestivo i tempi, nel rispetto della scuola reale? Il peccato originale, anche della scuola, è presto detto: è la realtà che si deve conformare alle norme, o non sono piuttosto le norme che devono registrare e poi incanalare il dinamico principio di realtà verso nuove prospettive?
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