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SCUOLA/ Tfa, 7 mosse per uscire dal pantano

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In realtà ci sono anche altre necessità, ma riteniamo che questi siano i veri nodi da sciogliere per permettere l’avvio dei percorsi. 

Ci pare opportuno azzardare qualche ipotesi su quali siano le ragioni che ostacolano l’emanazione di questi decreti, anche per aggiungere qualche elemento di maggior chiarezza di termini e processi e contrastare una certa confusione che avvertiamo nelle discussioni in atto.

 

1. Tempi tecnici di insediamento vs. urgenza degli interventi – La prima ragione del ritardo è la comprensibile esigenza del ministro Profumo di assumere le necessarie informazioni prima di firmare e/o avallare provvedimenti che il nuovo esecutivo ha il pieno diritto di rivedere o adattare alle mutate linee politiche di governo. Una ragione quindi che si colloca a cavallo fra la motivazione politica (differenze di “visioni”) e quella amministrativa, nel senso della gestione del potere esecutivo nell’ambito dell’istruzione. In questo caso si potrebbe parlare di “tempi tecnici” d’insediamento. 

La domanda è: constatato che questo governo si è distinto dai precedenti per la tempestività dei provvedimenti dovuti all’urgenza della situazione, è prevedibile che tale tempestività sia una priorità anche per l’istruzione? Non basta a spingere per l’urgenza la lunga latitanza di un percorso formativo che da ormai quattro anni impedisce ai giovani che vogliano aspirare all’insegnamento nella scuola secondaria, di avere qualsiasi riferimento su cosa studiare e come fare per abilitarsi? Non basta rilevare l’ingiustificata discriminazione fra l’accesso all’insegnamento nella scuola primaria e dell’infanzia (mai interrotto), e quello all’insegnamento destinato alle “medie” e alle “superiori”?

È forse opportuno, infine, far osservare che la voragine generazionale che si sta creando fra insegnanti (età media vicina ai 50 anni) e studenti adolescenti, è alimentata in modo decisivo da questa prolungata sospensione. Un salto generazionale non confrontabile con altri precedenti, a causa del digital divide determinato dalle mutazioni epocali nei linguaggi e nei mezzi di comunicazione.

 

2. Prolungamento della vita lavorativa e nuovi fabbisogni – La seconda ragione del ritardo deriva dalla ridefinizione dell’età minima per l’accesso alla pensione, determinata dalla manovra economica votata prima di Natale. Che incidenza ha sulle previsioni elaborate per il fabbisogno di insegnanti nei prossimi anni, allungare di due, tre, “n” anni l’età lavorativa? Non è necessario essere esperti di economia per capire che gli effetti ricadono sul turnover, più lento, e sui posti disponibili all’accesso di nuovi docenti, inferiori alle previsioni precedenti e/o diluiti in un arco temporale più lungo. 

Allora la domanda si fa più precisa: in quale misura tale ridefinizione incide sul fabbisogno di insegnanti? E come si può combinare il fabbisogno di insegnanti con l’esaurimento della graduatorie (le Gae)? Imaginiamo che gli uffici ministeriali siano già al lavoro per  rielaborare i dati e fornire nuove stime oggettivamente fondate sulle nuove condizioni. La mancanza di informazioni chiare al riguardo, tuttavia, alimenta la confusione e rischia di interrompere processi che si erano faticosamente attivati (presso le università, gli Usr, le scuole, gli enti formativi qualificati). 

 

3. Rimettere mano all’impianto? – Ma c’è una terza possibile ragione nel ritardo che si sta riscontrando. È noto che il precedente esecutivo non godeva di buoni rapporti con la controparte sindacale. Le aperture mostrate da questo governo nel ridefinire tempi e modi delle relazioni sindacali, sono testimoniate dai tre incontri avuti e programmati, in meno di un mese e mezzo (30 novembre, 22 dicembre, più quello previsto per il 10 gennaio prossimo), con i sindacati del comparto scuola. Se da un lato questo è elemento positivo, perché apre ad una concertazione nelle azioni, dall’altro presenta un rischio dal quale riteniamo ci si debba guardare: che possa ritenersi praticabile, in tempi sostenibili, una revisione complessiva di tutto l’impianto del DM 249/2010. Ci pare francamente improbabile riuscire a mettere mano a una materia come questa senza l’effetto di prolungare ancora le more in cui si trova il ministero in questo campo a acuire ulteriormente gli effetti disfunzionali provocati dalla mancanza dei percorsi. 



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COMMENTI
31/12/2011 - Non si può (Max Bruschi)

Caro Riccardo, ribadisco il punto: un titolo di accesso o si possiede o non si possiede. Il Consiglio di Stato non potrebbe MAI dare il via libera a una norma del genere. Meglio tenere i nervi saldi e perseguire una strada possibile...

 
30/12/2011 - Includere chi scommette subito sull'insegnamento (Riccardo Scaglioni)

Max Bruschi, che ringrazio per il contributo - insieme agli altri intervenuti - fa un rilievo assolutamente fondato: sappiamo bene quali siano i rischi delle procedure di ammissione "con riserva". Concordo sul fatto che rischierebbero di aprire capitoli che invece andrebbero conclusi, ma credo si debba considerare che non si possono far ricadere le conseguenze del ritardo nell'avvio delle procedure di abilitazione su chi ha atteso 4 anni(scuola secondaria) per accedere a percorsi di formazione all'insegnamento. Credo inoltre che si debbano ristabilire con ogni mezzo praticabile le condizioni di pari opportunità fra gli aspiranti docenti della scuola secondaria e quelli della scuola dell'infanzia e primaria, che hanno potuto acquisire in questi anni titolo di abilitazione, e quindi di accesso all'eventuale concorso. Sono certo che sia possibile prevedere, sul piano amministrativo e in fase di decretazione, una qualche forma che includa (studiando anche bene i tempi) coloro che "scommettono" sulla scuola intraprendendo i TFA, e superano la severa selezione prevista per l'ammissione. Su questo specifico punto (requisiti di ammissione al concorso) vorrei che la discussione si sviluppasse tenendo presenti questi rilievi. L'accordo sui principi non sarà difficile e la ricerca di soluzioni, sebbene complessa, meno difficile.

 
30/12/2011 - Unico appunto... (Max Bruschi)

Concordo in larga parte con Scaglioni, che del resto ben conosco e che è stato aggiornato, sino all'ultimo istante, delle vicende relative alla Formazione Iniziale, visto che mi sono avvalso più volte della sua esperienza. Sono solo contrarissimo a qualsivoglia ammissione con riserva che sarebbe il "piede di porco" per riserve ben più gravi. Propendo invece per una scelta più coraggiosa: partire subito con l'iter regolamentare sul reclutamento (esiste una bozza, ampiamente condivisa, pronta da due anni, che potrebbe essere comunque modificata in seguito ai pareri); a seconda dei tempi di approvazione, bandire un primo concorso per quei settori (SFP, A077) in cui il percorso di abilitazione NON è stato sospeso; un secondo concorso, l'anno dopo, per tutte le altre classi di concorso. Si avrebbe così modo di rodare la macchina; di dimostrare che la periodicità concorsuale, per la prima volta dagli anni 70, non è carta straccia; di dare l'accesso a "classi" di laureati che non hanno avuto la possibilità effettiva di concorrere per l'abilitazione.

 
29/12/2011 - Articolo lucido e lungimirante (Fabio Milito Pagliara)

Condivido le parole e le proposte del Prof. Scaglioni

 
29/12/2011 - Il ruolo del Miur (Chiara Esse)

Si rileva un equivoco di fondo a proposito del rapporto tra formazione iniziale degli insegnanti e reclutamento. Gli scenari possibili sono due: il Miur O inserirà i futuri abilitati del Tfa nelle GaE, mantenendo il malefico intreccio della formazione iniziale con il reclutamento, all’origine dell’anomalia italica della “prenotazione” della cattedra, O sceglierà di separare il reclutamento dalla formazione iniziale. Se è vera, come è vera, la seconda, che cos’è il “calcolo del fabbisogno” applicato al canale abilitante? Peraltro, considerando, oltre al passato canale abilitante (Ssis), altri settori che non afferiscono alla scuola, si constata che, ogniqualvolta il Ministero si cimenta nel calcolo di un ‘fabbisogno’, si dimostra inadeguato e anche asservito a logiche ‘indecifrabili’. Da qui una serie di sperequazioni che alimentano infiniti contenziosi. Il ministero non deve calcolare alcun fabbisogno nell’accesso al Tfa. Definisca rigorosi requisiti in ingresso (nessuno dovrà essere dispensato dalle prove) e in uscita, perché l’abilitazione all’insegnamento abbia un valore. Come ha ben scritto nella sua recente lettera Gianni Zen “Non ha più senso un maxi-apparato come il nostro Miur”. Rectius ha un senso, ed anche nobile ed elevato, ma deve recuperarlo: il ministero, scorrendo entro il suo alveo, cerchi di espletare correttamente i compiti che gli sono propri, invece di cercare di svolgere indebitamente compiti impropri; e garantisca la cadenza regolare delle procedure.

 
28/12/2011 - TFA per LA SCIENZA a scuola (NICOLA SPANO')

Il TFA, come commentato in modo egregio da R. Scaglioni Presidente Anfis potrebbe rappresentare l'aspetto nuovo della modernizzazione necessaria nella scuola italiana. Essendo un docente di chimica, credo che l'insegnamento delle SCIENZE come Matematica, Chimica, Fisica, Scienze naturali e biologiche ed altre, oggi sia ancora troppo vecchio e legato agli stereotipi degli anni 70. La formula a memoria, i compitini per casa, uno studio sempre mnemonico poco partecipativo, acritico, non storico. Come è possibile che gli studenti ci ascoltino? La scienza è entusiasmo, avventura, ricerca di azioni innovative, stupore che molti insegnanti di scienze sono incapaci di diffondere. Come può un docente di chimica avere autorevolezza se con fare da cantilena snocciola nomi e simboli che neanche lui ha codificato nel corso dei suoi studi? Ecco nell'insegnamento delle scienze non vi è stato alcun rinnovamento "se non formale" con uno studio tutto incentrato sul libro di testo (che è utile) ma non è il solo strumento che il docente di scienze deve usare. La scuola italiana ancora pensa di essere una campana di vetro all'interno della quale deve svilupparsi il sapere e la competenza. Oggi ciò non solo non è più vero ma è sbagliato solo pensare che sia così. Le "agenzie formative" di qualche anno fa sono anche fuori dalla scuola. Una rete di competenze generata con rapporti e progetti con il "fare" della piccola e media impresa può essere un mezzo per ricostruire l'autorevolezza perduta.