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SCUOLA/ Tfa, 7 mosse per uscire dal pantano

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In questi giorni molto si è parlato di reclutamento degli insegnanti e di concorsi per l’accesso all’insegnamento. Nel susseguirsi di notizie e opinioni sentiamo l’esigenza di fare un po’ di chiarezza per distinguere il problema della formazione e dell’abilitazione all’insegnamento da quello dell’assunzione in servizio: due aspetti da coordinare ma da tenere distinti per caratteristiche e funzione, così come avviene per molte altre professionalità qualificate, in Italia e in Europa. L’occasione ci pare inoltre opportuna per avanzare alcune proposte concrete.

Il problema va affrontato recuperando, per l’ennesima volta, il filo del discorso iniziato, o meglio interrotto, più di tre anni fa.

Il lungo e lento cammino – Nell’agosto 2008, il percorso di specializzazione per l’insegnamento nella scuola secondaria (Ssis) viene “sospeso” (Legge 6/8/2008, n. 133, art. 64, comma 4 ter). Una sospensione che  doveva essere di qualche mese, prima dell’avvio dei nuovi percorsi, ma che, di fatto, si è trasformata in una chiusura di tutto l’impianto, e ha impedito a chiunque di abilitarsi all’insegnamento nella scuola secondaria. Una situazione che ha spinto molti a ricorrere a percorsi organizzati all’estero, da consumare in pochi mesi di formazione a distanza, senza garanzie di qualità e nel più spregiudicato stile dei diplomifici ad alto costo. Un fenomeno che ha indotto il Ministero a intervenire per “sospendere” la validità dei titoli conseguiti in modo non conforme alle disposizioni comunitarie. 

Diversamente, e creando una ingiustificata discriminazione, gli aspiranti insegnanti della scuola dell’infanzia e primaria hanno continuato ad accedere ai percorsi accademici e all’abilitazione in quanto le facoltà di Scienze della formazione hanno potuto accettare legittimamente le iscrizioni autorizzate dal Ministero. 

Il lungo iter di elaborazione di quello che gli addetti ai lavori hanno sempre definito il “Regolamento sulla formazione iniziale degli insegnanti” arriva faticosamente a concludersi con il DM 10 settembre 2010 n. 249, pubblicato in Gazzetta Ufficiale il 31 gennaio 2011. La norma è tuttavia accolta con molta freddezza dalle università, che per tutta la prima parte del 2011 stentano a credere a una sua effettiva attuazione. 

Il “risveglio” – Questo almeno fino a quando, per effetto di un Decreto Ministeriale (139/2011) e di una Nota (la 81 del 5 agosto 2011), gli atenei si rimettono in moto: si accordano per la suddivisione “regionale” delle lauree magistrali e dei TFA e inseriscono, nell’ottobre scorso, le loro disponibilità nella banca dati dell’offerta formativa del Ministero (RAD e Off.F.). Il riattivarsi dell’ambiente accademico è accompagnato dal ritorno d’interesse dei media e degli addetti ai lavori e da un generale risveglio intorno a tutta la materia della formazione iniziale degli insegnanti: la sigla “TFA” è sulla bocca di laureandi, insegnanti, accademici e commentatori del settore.

Un ultimo ostacolo, tuttavia, si frappone sulla via della piena attuazione: il Miur deve determinare il fabbisogno effettivo di insegnanti per i prossimi anni e i conseguenti posti da mettere a bando in ciascun ateneo. Il problema, che interseca evidentemente il nodo del “reclutamento” e che rischia di essere scambiato con esso, provoca polemiche e contrasti; i dati si susseguono, contraddicendosi più volte (26mila posti nelle ultime ufficiose proiezioni), in un quadro estremamente confuso e poco trasparente. 

Il black out – La caduta del Governo, dall’imprevedibile rapidità, interviene all’improvviso: il processo si ferma di nuovo e oggi il nuovo ministro sembra non essere ancora in condizione di emanare gli ultimi decisivi decreti, senza i quali nulla può essere avviato.

Allo stato attuale i decreti necessari all’attuazione dei percorsi sono:

– il decreto che stabilisce i posti che ciascuna facoltà, in ciascun ateneo può mettere a bando;

– il decreto che stabilisce la data della prova nazionale di accesso al TFA alla quale seguiranno le prove (scritta e orale) che le università potranno organizzare in autonomia;

– il decreto che definisce caratteristiche e modalità di assegnazione dei compiti tutoriali ai docenti tutor (art.11 DM 249/2011), necessario per l’individuazione e la nomina dei tutor nel tirocinio.



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COMMENTI
31/12/2011 - Non si può (Max Bruschi)

Caro Riccardo, ribadisco il punto: un titolo di accesso o si possiede o non si possiede. Il Consiglio di Stato non potrebbe MAI dare il via libera a una norma del genere. Meglio tenere i nervi saldi e perseguire una strada possibile...

 
30/12/2011 - Includere chi scommette subito sull'insegnamento (Riccardo Scaglioni)

Max Bruschi, che ringrazio per il contributo - insieme agli altri intervenuti - fa un rilievo assolutamente fondato: sappiamo bene quali siano i rischi delle procedure di ammissione "con riserva". Concordo sul fatto che rischierebbero di aprire capitoli che invece andrebbero conclusi, ma credo si debba considerare che non si possono far ricadere le conseguenze del ritardo nell'avvio delle procedure di abilitazione su chi ha atteso 4 anni(scuola secondaria) per accedere a percorsi di formazione all'insegnamento. Credo inoltre che si debbano ristabilire con ogni mezzo praticabile le condizioni di pari opportunità fra gli aspiranti docenti della scuola secondaria e quelli della scuola dell'infanzia e primaria, che hanno potuto acquisire in questi anni titolo di abilitazione, e quindi di accesso all'eventuale concorso. Sono certo che sia possibile prevedere, sul piano amministrativo e in fase di decretazione, una qualche forma che includa (studiando anche bene i tempi) coloro che "scommettono" sulla scuola intraprendendo i TFA, e superano la severa selezione prevista per l'ammissione. Su questo specifico punto (requisiti di ammissione al concorso) vorrei che la discussione si sviluppasse tenendo presenti questi rilievi. L'accordo sui principi non sarà difficile e la ricerca di soluzioni, sebbene complessa, meno difficile.

 
30/12/2011 - Unico appunto... (Max Bruschi)

Concordo in larga parte con Scaglioni, che del resto ben conosco e che è stato aggiornato, sino all'ultimo istante, delle vicende relative alla Formazione Iniziale, visto che mi sono avvalso più volte della sua esperienza. Sono solo contrarissimo a qualsivoglia ammissione con riserva che sarebbe il "piede di porco" per riserve ben più gravi. Propendo invece per una scelta più coraggiosa: partire subito con l'iter regolamentare sul reclutamento (esiste una bozza, ampiamente condivisa, pronta da due anni, che potrebbe essere comunque modificata in seguito ai pareri); a seconda dei tempi di approvazione, bandire un primo concorso per quei settori (SFP, A077) in cui il percorso di abilitazione NON è stato sospeso; un secondo concorso, l'anno dopo, per tutte le altre classi di concorso. Si avrebbe così modo di rodare la macchina; di dimostrare che la periodicità concorsuale, per la prima volta dagli anni 70, non è carta straccia; di dare l'accesso a "classi" di laureati che non hanno avuto la possibilità effettiva di concorrere per l'abilitazione.

 
29/12/2011 - Articolo lucido e lungimirante (Fabio Milito Pagliara)

Condivido le parole e le proposte del Prof. Scaglioni

 
29/12/2011 - Il ruolo del Miur (Chiara Esse)

Si rileva un equivoco di fondo a proposito del rapporto tra formazione iniziale degli insegnanti e reclutamento. Gli scenari possibili sono due: il Miur O inserirà i futuri abilitati del Tfa nelle GaE, mantenendo il malefico intreccio della formazione iniziale con il reclutamento, all’origine dell’anomalia italica della “prenotazione” della cattedra, O sceglierà di separare il reclutamento dalla formazione iniziale. Se è vera, come è vera, la seconda, che cos’è il “calcolo del fabbisogno” applicato al canale abilitante? Peraltro, considerando, oltre al passato canale abilitante (Ssis), altri settori che non afferiscono alla scuola, si constata che, ogniqualvolta il Ministero si cimenta nel calcolo di un ‘fabbisogno’, si dimostra inadeguato e anche asservito a logiche ‘indecifrabili’. Da qui una serie di sperequazioni che alimentano infiniti contenziosi. Il ministero non deve calcolare alcun fabbisogno nell’accesso al Tfa. Definisca rigorosi requisiti in ingresso (nessuno dovrà essere dispensato dalle prove) e in uscita, perché l’abilitazione all’insegnamento abbia un valore. Come ha ben scritto nella sua recente lettera Gianni Zen “Non ha più senso un maxi-apparato come il nostro Miur”. Rectius ha un senso, ed anche nobile ed elevato, ma deve recuperarlo: il ministero, scorrendo entro il suo alveo, cerchi di espletare correttamente i compiti che gli sono propri, invece di cercare di svolgere indebitamente compiti impropri; e garantisca la cadenza regolare delle procedure.

 
28/12/2011 - TFA per LA SCIENZA a scuola (NICOLA SPANO')

Il TFA, come commentato in modo egregio da R. Scaglioni Presidente Anfis potrebbe rappresentare l'aspetto nuovo della modernizzazione necessaria nella scuola italiana. Essendo un docente di chimica, credo che l'insegnamento delle SCIENZE come Matematica, Chimica, Fisica, Scienze naturali e biologiche ed altre, oggi sia ancora troppo vecchio e legato agli stereotipi degli anni 70. La formula a memoria, i compitini per casa, uno studio sempre mnemonico poco partecipativo, acritico, non storico. Come è possibile che gli studenti ci ascoltino? La scienza è entusiasmo, avventura, ricerca di azioni innovative, stupore che molti insegnanti di scienze sono incapaci di diffondere. Come può un docente di chimica avere autorevolezza se con fare da cantilena snocciola nomi e simboli che neanche lui ha codificato nel corso dei suoi studi? Ecco nell'insegnamento delle scienze non vi è stato alcun rinnovamento "se non formale" con uno studio tutto incentrato sul libro di testo (che è utile) ma non è il solo strumento che il docente di scienze deve usare. La scuola italiana ancora pensa di essere una campana di vetro all'interno della quale deve svilupparsi il sapere e la competenza. Oggi ciò non solo non è più vero ma è sbagliato solo pensare che sia così. Le "agenzie formative" di qualche anno fa sono anche fuori dalla scuola. Una rete di competenze generata con rapporti e progetti con il "fare" della piccola e media impresa può essere un mezzo per ricostruire l'autorevolezza perduta.