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SCUOLA/ Tfa, 7 mosse per uscire dal pantano

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Una seconda categoria di interventi permettono di avere a disposizione qualche mese per trovare le soluzioni più efficaci sul piano operativo.

3. Ragionare sulla data del primo concorso per le assunzioni nella scuola ammettendo alla prova con riserva anche coloro che saranno iscritti ai primi TFA, in modo che la riserva possa sciogliersi al conseguimento dell’abilitazione. La disposizione eviterebbe di aprire l’accesso ai concorsi a tutti i laureati, senza escludere chi si impegna a formarsi in modo adeguato ed abbia iniziato a farlo. Dopo quasi quattro anni di black out ci pare una misura che può avere carattere transitorio, doverosa nei confronti dei giovani che aspirano ad insegnare nella scuola secondaria. Un misura che richiede certo qualche ulteriore approfondimento per coordinare in modo adeguato i tempi di assunzione del servizio e quelli dell’anno scolastico.

4. Creare delle vie di scambio generazionale nell’ambito della professione docente per favorire l’ingresso dei giovani e ridurre la disoccupazione del comparto. Un esempio: l’insegnante che assume il ruolo di tutor dei tirocinanti viene esonerato per alcune ore d’insegnamento (si ipotizzino tre ore di esonero sulle 18 di servizio). Ogni 6 insegnanti tutor si libera un posto per un docente giovane. Meccanismo che farebbe accedere alla professione con un contratto “d’ingresso” 1.000 giovani insegnanti abilitati ogni 6.000 tirocini seguiti da tutor dei tirocinanti. Ma se si decidesse di praticare una politica di massima estensione dei benefici per ridurre i livelli di disoccupazione, si potrebbe pensare a “cattedre d’ingresso” da 12 ore: in questo modo i giovani abilitati inseriti nel circuito diventerebbero 1.000 ogni 4.000 tirocini seguiti (oltre 6.500 con i valori delle ultime proiezioni del ministro Gelmini). Soluzioni intermedie e non risolutive ma che avrebbero il vantaggio di favorire l’accesso graduale alla professione da parte dei giovani (i punteggi accumulati servirebbero per i concorsi) e di facilitare il lavoro di accompagnamento alla professione nel tirocinio. La combinazione sistemica di interventi coordinati potrebbe dare quei punti di riferimento che oggi mancano: formazione strutturata, contratti d’inserimento, concorsi periodicamente programmati.

5. Articolare un puntuale sistema di monitoraggio e valutazione di tutti i processi legati alla formazione degli insegnanti – iniziale e in servizio – in modo da intervenire in itinere sui processi disfunzionali o inefficienti e migliorare costantemente il sistema. Questo consentirebbe di sbloccare sul piano “ideologico” chi ritiene debbano essere apportati dei cambiamenti al modello proposto con il DM 249/2010. Un monitoraggio che è colpevolmente mancato nelle precedenti esperienze di formazione iniziale degli insegnanti e che a nostro giudizio si impone in tutti i sistemi collegati alla formazione – iniziale e in servizio – del personale della scuola.

 

La terza categoria di proposte è collegata alla valorizzazione della professionalità docente e alla visione prospettica dell’orizzonte professionale dell’insegnante. Per queste proposte i tempi sono meno stringenti ma i temi di priorità assoluta.

6. Dare il via a una vera valorizzazione della professionalità docente creando i presupposti per uno sviluppo professionale nel campo della didattica. Un esempio di progressione: insegnante in ingresso, expertise di primo livello, insegnante esperto, tutor di tirocinio, tutor coordinatore, docente di laboratorio didattico all’università (con mantenimento di una quota di orario di servizio a scuola), docente di didattica all’università (con o senza mantenimento di una quota minima di orario a scuola). Su questi temi noi insegnanti formatori spingiamo da anni e siamo pronti a qualsiasi confronto con ministero, commissioni parlamentari, sindacati.

7. Formazione in servizio ad elevata premialità: per avvicinare i due mondi (studenti e insegnanti) e per creare un ambiente professionale dinamico e motivato, la formazione deve avere adeguati spazi ed essere adeguatamente promossa, ma soprattutto deve essere premiata sul piano del riconoscimento professionale molto più di quanto non avvenga oggi, realizzando quel lifelong learning che è asse portante della Strategia Europa 2020.



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COMMENTI
31/12/2011 - Non si può (Max Bruschi)

Caro Riccardo, ribadisco il punto: un titolo di accesso o si possiede o non si possiede. Il Consiglio di Stato non potrebbe MAI dare il via libera a una norma del genere. Meglio tenere i nervi saldi e perseguire una strada possibile...

 
30/12/2011 - Includere chi scommette subito sull'insegnamento (Riccardo Scaglioni)

Max Bruschi, che ringrazio per il contributo - insieme agli altri intervenuti - fa un rilievo assolutamente fondato: sappiamo bene quali siano i rischi delle procedure di ammissione "con riserva". Concordo sul fatto che rischierebbero di aprire capitoli che invece andrebbero conclusi, ma credo si debba considerare che non si possono far ricadere le conseguenze del ritardo nell'avvio delle procedure di abilitazione su chi ha atteso 4 anni(scuola secondaria) per accedere a percorsi di formazione all'insegnamento. Credo inoltre che si debbano ristabilire con ogni mezzo praticabile le condizioni di pari opportunità fra gli aspiranti docenti della scuola secondaria e quelli della scuola dell'infanzia e primaria, che hanno potuto acquisire in questi anni titolo di abilitazione, e quindi di accesso all'eventuale concorso. Sono certo che sia possibile prevedere, sul piano amministrativo e in fase di decretazione, una qualche forma che includa (studiando anche bene i tempi) coloro che "scommettono" sulla scuola intraprendendo i TFA, e superano la severa selezione prevista per l'ammissione. Su questo specifico punto (requisiti di ammissione al concorso) vorrei che la discussione si sviluppasse tenendo presenti questi rilievi. L'accordo sui principi non sarà difficile e la ricerca di soluzioni, sebbene complessa, meno difficile.

 
30/12/2011 - Unico appunto... (Max Bruschi)

Concordo in larga parte con Scaglioni, che del resto ben conosco e che è stato aggiornato, sino all'ultimo istante, delle vicende relative alla Formazione Iniziale, visto che mi sono avvalso più volte della sua esperienza. Sono solo contrarissimo a qualsivoglia ammissione con riserva che sarebbe il "piede di porco" per riserve ben più gravi. Propendo invece per una scelta più coraggiosa: partire subito con l'iter regolamentare sul reclutamento (esiste una bozza, ampiamente condivisa, pronta da due anni, che potrebbe essere comunque modificata in seguito ai pareri); a seconda dei tempi di approvazione, bandire un primo concorso per quei settori (SFP, A077) in cui il percorso di abilitazione NON è stato sospeso; un secondo concorso, l'anno dopo, per tutte le altre classi di concorso. Si avrebbe così modo di rodare la macchina; di dimostrare che la periodicità concorsuale, per la prima volta dagli anni 70, non è carta straccia; di dare l'accesso a "classi" di laureati che non hanno avuto la possibilità effettiva di concorrere per l'abilitazione.

 
29/12/2011 - Articolo lucido e lungimirante (Fabio Milito Pagliara)

Condivido le parole e le proposte del Prof. Scaglioni

 
29/12/2011 - Il ruolo del Miur (Chiara Esse)

Si rileva un equivoco di fondo a proposito del rapporto tra formazione iniziale degli insegnanti e reclutamento. Gli scenari possibili sono due: il Miur O inserirà i futuri abilitati del Tfa nelle GaE, mantenendo il malefico intreccio della formazione iniziale con il reclutamento, all’origine dell’anomalia italica della “prenotazione” della cattedra, O sceglierà di separare il reclutamento dalla formazione iniziale. Se è vera, come è vera, la seconda, che cos’è il “calcolo del fabbisogno” applicato al canale abilitante? Peraltro, considerando, oltre al passato canale abilitante (Ssis), altri settori che non afferiscono alla scuola, si constata che, ogniqualvolta il Ministero si cimenta nel calcolo di un ‘fabbisogno’, si dimostra inadeguato e anche asservito a logiche ‘indecifrabili’. Da qui una serie di sperequazioni che alimentano infiniti contenziosi. Il ministero non deve calcolare alcun fabbisogno nell’accesso al Tfa. Definisca rigorosi requisiti in ingresso (nessuno dovrà essere dispensato dalle prove) e in uscita, perché l’abilitazione all’insegnamento abbia un valore. Come ha ben scritto nella sua recente lettera Gianni Zen “Non ha più senso un maxi-apparato come il nostro Miur”. Rectius ha un senso, ed anche nobile ed elevato, ma deve recuperarlo: il ministero, scorrendo entro il suo alveo, cerchi di espletare correttamente i compiti che gli sono propri, invece di cercare di svolgere indebitamente compiti impropri; e garantisca la cadenza regolare delle procedure.

 
28/12/2011 - TFA per LA SCIENZA a scuola (NICOLA SPANO')

Il TFA, come commentato in modo egregio da R. Scaglioni Presidente Anfis potrebbe rappresentare l'aspetto nuovo della modernizzazione necessaria nella scuola italiana. Essendo un docente di chimica, credo che l'insegnamento delle SCIENZE come Matematica, Chimica, Fisica, Scienze naturali e biologiche ed altre, oggi sia ancora troppo vecchio e legato agli stereotipi degli anni 70. La formula a memoria, i compitini per casa, uno studio sempre mnemonico poco partecipativo, acritico, non storico. Come è possibile che gli studenti ci ascoltino? La scienza è entusiasmo, avventura, ricerca di azioni innovative, stupore che molti insegnanti di scienze sono incapaci di diffondere. Come può un docente di chimica avere autorevolezza se con fare da cantilena snocciola nomi e simboli che neanche lui ha codificato nel corso dei suoi studi? Ecco nell'insegnamento delle scienze non vi è stato alcun rinnovamento "se non formale" con uno studio tutto incentrato sul libro di testo (che è utile) ma non è il solo strumento che il docente di scienze deve usare. La scuola italiana ancora pensa di essere una campana di vetro all'interno della quale deve svilupparsi il sapere e la competenza. Oggi ciò non solo non è più vero ma è sbagliato solo pensare che sia così. Le "agenzie formative" di qualche anno fa sono anche fuori dalla scuola. Una rete di competenze generata con rapporti e progetti con il "fare" della piccola e media impresa può essere un mezzo per ricostruire l'autorevolezza perduta.