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SCUOLA/ Quando la dislessia mette più in difficoltà le famiglie che i bambini

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Il minestrone alla genovese necessita di un certo numero fisso di ingredienti, di un lungo tempo di cottura, di essere servito e condito con olio e odori freschi e naturalmente di commensali che sappiano apprezzare la differenza con quello surgelato. Questo preambolo per commentare l’abitudine della nostra società a consumare tutto velocemente: in ogni ordine di scuola gli insegnanti sono in allarme e una quantità di ragazzini sono inviati presso le Asl o gli specialisti privati competenti per diagnosticare un possibile disturbo d’apprendimento. In prima elementare perché il bambino non scrive ancora nel quadretto, in seconda perché ci mette troppo tempo sia a leggere che a scrivere, in terza perché fa troppi errori, in quarta perché fa ancora errori e non se ne accorge, in quinta perché non capisce i problemi pur sapendo le tabelline, in prima media perché “fatica a recuperare, mette molto impegno e energia ma… non si può che pensare che le sue capacità sono state sottovalutate e ora… siamo in ritardo”. La diagnosi è necessaria ma a volte, invece di rimettere in moto, frena.

Alla consultazione i genitori ripercorrono, a volte con sgomento, le settimane e gli anni di scuola dei figli; all’asilo andava tutto bene, ha cambiato ogni anno insegnante ma nessuno ha segnalato niente, mia moglie dice che fa fatica ma io lo trovo come i suoi compagni, è come me da piccola, anche suo fratello non leggeva volentieri poi ha cominciato e non si ferma più.

Le logopediste, in genere, sono il primo professionista interpellato, accolgono con ansia pressate dalle scadenze della diagnosi e dei test; se vedo  il bambino  troppo presto cosa scrivo sulla relazione? Meglio inviarlo prima al neuropsichiatra infantile (Npi)? Devo dedicare tempo anche alla raccolta delle informazione che la maestra mi ha suggerito o chiedo subito la cooperazione di uno psicologo? Insomma si rischia di non darsi il tempo dell’osservazione e della descrizione delle abilità specifiche.

E’ un periodo di stress per questi tre figure dopo l’approvazione della legge sulla dislessia di luglio 2011, che temono di perdere sia tempo che i tempi giusti. Il tempo ha un valore cardinale nello sviluppo sia di un bambino che inizia la scuola elementare che di quello che inizia le medie. L’insegnante deve darsi tempo per osservare caratteristiche, stile cognitivo e l’evoluzione delle abilità.



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COMMENTI
30/12/2011 - passi avanti e passi indietro (Antonio Servadio)

Concordo con il lettore Israel. Allargherei, invitando a "opporci con ogni mezzo alla trasformazione" dell'esistenza in un'enorme occasione di medicalizzazione. Anche perché il confine tra "malattia" e "salute" non è come quello tra un bianco e un nero: esso è sfumato, oltre che ampio, variegato e mutevole. Il cervello è plastico, specialmente durante lo sviluppo. Esistono forme che richiedono una certo tipo di assistenza, tempestiva, qualificata, ed altre non "classificabili", che rientrano nell'ampio e multidimensionale quadro di variabilità della nostra natura. Vero altresì che in un passato non lontano la dislessia era cosa ignota ai più, da cui i troppi casi di fanciulli che hanno sofferto serie conseguenze per la totale ignoranza di genitori e insegnanti. Necessario assicurare che tali lacune (inconsapevolezza) siano colmate. Ma, "cum grano salis".

 
29/12/2011 - Una vergogna nazionale (Giorgio Israel)

L'idea che un Npi, un logopedista e uno psicologo abbiano le competenze per decidere se un bambino ha problemi di apprendimento è una delle più grandi indecenze di questa legge indecente, una vera vergogna nazionale. Basta leggere le "elaborazioni teoriche" sulla "discalculia" per rendersi conto sulla base di quali inconsistenti fondamenti si pretenda di procedere. Chiunque abbia un minimo di cognizione in materia si rende conto che possono essere classificati come DSA bambini che non hanno il minimo problema. Famiglie e maestri degni di questo nome dovrebbero opporsi con ogni mezzo alla trasformazione della scuola in un'enorme clinica di malattie mentali.