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SCUOLA/ Scrutini, vademecum del collegio docenti per valutare bene

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Nessuna valutazione può essere delegata alle macchine  Nessuna valutazione può essere delegata alle macchine

Che cosa accade invece negli scrutini dove aleggia lo spettro di Filippi? Il voto, che il collega sta proponendo, è espressione di sé come unico ed assoluto arbitro della situazione didattica dell’alunno. È strumento di vendetta, parola del potere che condanna, giudizio che ignora lo scopo fondamentale della valutazione: favorire la crescita e il miglioramento. L’ignoranza e la censura sono esito anche del collega, che non ha nessuna intenzione di vendetta, ma è condizionato da uno spirito fondamentalmente scettico, cinico, indifferente rispetto a quello che è lo scrutinio. 

Allora bisogna che qualcuno faccia capire a questi docenti che una valutazione che non promuova, cioè non porti ad un cambiamento o un perfezionamento, è sterile e, molto spesso, dannosa. Che ricordi loro che la valutazione è punto di vista globale, momento di sintesi (del singolo insegnante e del consiglio di classe), elaborata ed espressa per illuminare i passi compiuti e da compiere. È un processo innervato nella relazione educativa e nella programmazione didattica, di cui è variabile dipendente. È un sistema complesso ed aperto di verifiche in ordine al lavoro (contenuti, obiettivi, metodi) effettivamente compiuto. Non è mai la resa dei conti. Esprime il desiderio leale di servire la “promozione”, non di incanalare nella classificazione tra 1 e 10. Permette alla scuola di essere organizzazione che apprende; proposta che si riformula; servizio che si ri-forma, tende ad assumere cioè una forma che realizzi la sua missione: far imparare, fare acquisire e verificare ipotesi di lavoro perché ogni alunno continui l’avventura della conoscenza, sviluppi competenze e possa vivere con intelligenza e libertà i diritti e doveri del cittadino.

Questo qualcuno dovrebbe essere innanzitutto il dirigente, che presiede il consiglio di classe. Sua funzione infatti è che tutto proceda nel rispetto delle persone, secondo gli ordinamenti, in vista del bene personale e comune e si compia secondo la natura della valutazione. Questa, come recita il Regolamento ministeriale, “concorre, con la sua finalità anche formativa e attraverso l’individuazione delle potenzialità e delle carenze dell’alunno, ... al miglioramento dei livelli di conoscenza e al successo formativo”. La promozione, di cui stiamo parlando, perciò, non è atto di benevolenza, ma gesto di professionalità, di conoscenza e di metodo, di cultura e di pratica della valutazione come “espressione dell’autonomia professionale nella sua dimensione sia individuale che collegiale” (vedi art. 1, Reg.).

È responsabilità del singolo docente valutare ogni allievo per le attività svolte in classe secondo quanto definito in fase di programmazione, che tra l’altro dovrebbe essere coordinata, elaborata e vissuta in cordata. È responsabilità di ogni insegnante predisporre le proposte di valutazione di ogni alunno da portare in Consiglio di classe in sede di scrutinio per un’adeguata valutazione collegiale.
 



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COMMENTI
04/02/2011 - Valutazione, bisogno dei ragazzi e collegialità (Rosario Mazzeo)

Di cosa hanno bisogno i ragazzi? Ecco la domanda giusta per evitare Scilla (il sentimentalismo psicosociale) e Cariddi (il giustizialismo fondato sul mito della presunta oggettività della valutazione). Hanno bisogno innanzitutto di incontrare degli adulti appassionati al lavoro, disposti a valutare e lasciarsi valutare, consapevoli che la valutazione non è una misurazione, ma attribuzione di valore. Nell’incontro con tali adulti trovano una risposta al bisogno di senso delle cose e, quindi, "di più verità su se stessi". Qualche lettore ha travisato parti del mio intervento non cogliendo la mia distinzione tra lo scrutinio in cui aleggia lo spirito di Filippi e quello in cui il clima è argomentativo. Non ho affatto parlato di "schiere di insegnanti vendicativi", nè ho affermato che "il docente non può valutare da solo il profitto nella sua materia". Ho descritto quello che in questi 25 anni da docente e 15 anni da preside ho visto e vedo: lo scrutino è la cartina di tornasole della qualità dell’insegnamento e dell’apprendimento; qualità che è direttamente proporzionale alla collegialità reale, quella, che smascherando sia gli individualismi sia le oligarchie, sa valorizzare e sostenere il lavoro dei singoli in vista dell’efficacia e dell’efficienza della valutazione. Questa a sua volta ha sempre un’intenzione formativa, anche quando è sommativa. Valutare nella scuola infatti non è classificare. E neppure punire o premiare, ma "fare" imparare con metodo.

 
02/02/2011 - Non c'è educazione senza valutazione! (Gianni MEREGHETTI)

L'attenzione che il Sussidiario sta dedicando agli scrutini è più che dovuta, perchè in questo atto che vede coinvolti gli insegnanti ad attribuire ad ogni studente una valutazione specifica e puntuale emerge la natura di una scuola. Valutare è un atto di giudizio fondamentale, non c'è educazione senza valutazione, in quanto attribuire un voto è esprimere un giudizio sintetico sul percorso di conoscenza che si sta facendo. In questo senso bisogna avere il coraggio di riconoscere che il voto che un insegnante attribuisce ad un suo studente lo coinvolge totalmente: come un insegnante si coinvolge con gli studenti della sua classe mentre insegna, così quando interroga, quando prepara una verifica, quando la corregge, sono gli studenti ad essere coinvolti con lui, tanto che valutando loro esprime un giudizio su se stesso, sul tentativo che ha messo in campo con loro. In questo senso gli scrutini sono una occasione interessantissima, non di liberare le proprie insoddisfazioni nei confronti degli studenti, ma per capire di più i punti di forza e di debolezza del proprio lavoro di insegnante. Così valutare per un insegnante diventa un giudizio su di sè! Sarebbe ora che ciò accadesse sempre di più, urge un cambiamento, e a chiederlo è la realtà, il bisogno che ogni studente ha di essere guardato con una simpatia totale, così che un errore cambia sia chi lo ha commesso sia chi lo ha identificato.

 
01/02/2011 - Voti vendicativi e voti amorevoli (Giorgio Ragazzini)

In questo intervento si esprime con evidenza la diffusa convinzione che ci siano schiere di insegnanti vendicativi, per nulla preoccupati della crescita dei propri allievi. Anche se non è affatto chiaro come si possa distinguere un beffardo 3 di condanna da un amorevole 3 di pro-mozione, un principio si afferma con sufficiente chiarezza: il docente non può valutare da solo il profitto nella sua materia (sennò il voto è “espressione di sé come unico ed assoluto arbitro della situazione didattica dell’alunno. È strumento di vendetta, parola del potere...). Deve capire che una valutazione formativa (ma non siamo in sede di valutazione sommativa?) “è punto di vista globale, momento di sintesi (del singolo insegnante e del consiglio di classe), elaborata ed espressa per illuminare i passi compiuti e da compiere”. Se ne fa garante il preside: “Egli smaschera i formalismi e il mito della valutazione oggettiva maturato in un clima di esasperato positivismo in simbiosi con lo scientismo”. Sono parole che incoraggiano (vedi testimonianza finale) la già diffusa convinzione che i consigli possano modificare ad libitum valutazioni maturate in un intero anno scolastico, in nome di una qualsiasi motivazione psicologica o sociale. Arrivando, molto spesso, al falso in atto pubblico. Ma alle buone intenzioni tutto è permesso. E poi con la bocciatura si rischia il ricorso, con la promozione no, anche se ingiusta. Ma è di questo che hanno bisogno i ragazzi o di più verità su se stessi?

 
01/02/2011 - il dirigente leader (Piero Atzori)

L'autore dell'articolo è probabilmente un dirigente che si reputa leader e che magari è riconosciuto come tale dagli insegnanti della sua scuola. Se non lo fosse, se fosse insegnante, sarebbe grave il suo ritenere leader il dirigente. Il dirigente scolastico è tale in quanto ha superato un certo concorso e deve garantire il regolare svolgimento di procedure. Spesso ha alle spalle una trafila di compromessi e accondiscendenze. Leader un cavolo dunque. Per essere leader ci vuole merito riconosciuto dal basso, non basta un concorso, magari pilotato da sindacati e partiti. Mi perdonino i dirigenti di valore che pure esistono a prescindere dai concorsi superati. Parlo per esperienza trentennale da insegnante e non per qualunquismo. Nella mia città, Sassari, i dirigenti per lo più sono di area Cgil, Snals, Cisl. Leaders un cavolo!