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SCUOLA/ Il preside: ci sono buone ragioni per "usare" i dati Invalsi

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Cosa ne fanno le scuole dei dati Invalsi?  Cosa ne fanno le scuole dei dati Invalsi?

Si discute in questi giorni (assai sommessamente a dire il vero) sull’opportunità di pubblicare i risultati conseguiti da ciascuna scuola nelle prove di italiano e matematica somministrate dall’Invalsi (Istituto per la Valutazione del Sistema dell’Istruzione) agli studenti di tutte le scuole italiane. Le prove hanno riguardato le classi seconde e quarte della scuola primaria e le classi prime e terze della scuola secondaria di I grado e si sono svolte tra maggio e giugno 2010. I risultati sono stati messi a disposizione delle scuole nella parte riservata del sito dell’Invalsi, cosicché ogni scuola può leggere i risultati dei propri alunni (divisi per classi, non individualmente) ma non quelli delle altre scuole e può confrontarli con la media aritmetica a livello nazionale, interregionale e regionale.

Quando ho scaricato i dati della mia scuola (sono il dirigente scolastico di una scuola cattolica paritaria) mi sono chiesto: e adesso che cose ne faccio? Per prima cosa, ovviamente, li ho trasmessi ai miei insegnanti, chiedendo loro di fare le loro opportune riflessioni in merito. Già questo primo passaggio non è semplice, perché l’Invalsi offre per ogni classe la restituzione dei risultati per ogni quesito, ma per poter ricavare qualche insegnamento da questi dati occorrerebbe dedicare molto tempo all’analisi dei risultati e probabilmente anche avere qualche nozione di statistica, che il sottoscritto (come quasi tutti i docenti italiani) ovviamente non possiede. A ogni modo, nulla vieta che, con un po’ di pazienza, noi si possa rilevare che gli alunni della sezione A hanno fatto meglio o peggio degli alunni della sezione B in un certo quesito oppure che gli alunni della sezione C abbiano risposto ai quesiti di comprensione del testo meglio o peggio che a quelli di grammatica e via comparando.

In realtà l’Invalsi raccomanda di utilizzare i risultati delle prove soprattutto in senso longitudinale, cioè confrontando i risultati di un anno con quelli degli anni precedenti. Questo ovviamente richiede più tempo, anche perché dopo vari tentativi che hanno visto l’alternanza di somministrazioni campionarie (cioè a gruppi di scuole selezionati con criteri di rappresentatività quali-quantitativa) e censuarie (cioè universali) sembra che finalmente ci si sia attestati su questo secondo modello, che permetterà dall’anno prossimo di effettuare una comparazione nel tempo. In realtà, anche questa non sarà un’operazione semplicissima per le scuole, perché richiederà comunque quel lavoro analitico e quegli strumenti statistici a cui si è fatto accenno sopra e che forse oggi come oggi non sono alla portata delle singole scuole e che quindi richiederebbero specifiche azioni di supporto da parte dello stesso Invalsi e del Ministero.



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COMMENTI
15/02/2011 - I risultati delle paritarie (Paolo Fasce)

E' ammirevole la vocazione alla trasparenza indicata dal Dirigente autore di questo articolo, ha tuttavia il sapore della presenza di Costantino in paradiso. E' un po' meno ammirevole il fatto che di tutto il panorama che coinvolge le scuole paritarie, il Sussidiario focalizzi l'attenzione sulle eccellenze di questo sistema, senza mostrarne i limiti. I limiti emergono proprio dalle statistiche che mostrano che a fianco di questo buon esempio di eccellenza, il sistema delle scuole paritarie intercetta invero altre "esigenze" dell'utenza, quelle che con brutale sintesi vengono, forse semplicisticamente, etichettate col nome di "diplomifici". Convengo, ad ogni modo, con la necessità di pubblicare i risultati della propria scuola, purtroppo non ci sono ancora gli strumenti per misurarne il valore aggiunto, cosa che dovrebbe essere possibile con l'anagrafe degli studenti.