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SCUOLA/ È la conoscenza e non il saper-fare il cuore del rischio educativo

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Vincent Van Gogh, Notte stellata sul Rodano, 1888 (particolare)  Vincent Van Gogh, Notte stellata sul Rodano, 1888 (particolare)

Nel dibattito sui risultati degli apprendimenti degli studenti italiani e sull’impostazione del sistema scolastico del futuro, un elemento spesso trascurato è il ruolo che la conoscenza deve giocare nell’organizzazione complessiva della scuola, anche per riprendere con più decisione una strada virtuosa e favorire esiti decisamente migliori. Nell’attuale assetto culturale, invece, si afferma la necessità di istruire con un po’ di nozioni tradizionali, ma costruendo la scuola attorno a criteri che tolgono, sostanzialmente, valore al momento conoscitivo.

È invalsa, infatti, la convinzione che si debbano insegnare solo saperi (si badi, al plurale), abilità e competenze utili a esercitare un ruolo nel mondo. E così, come afferma Giorgio Chiosso, “al maestro erogatore di sapienza - […] cioè di sapere che dà gusto e senso alle cose - si sostituisce l’insegnante che fornisce le competenze necessarie per completare un ciclo di studi o per impadronirsi di una tecnica utile sul piano professionale o, ancora, un semplice compagno di viaggio che interviene a richiesta dello studente che si autoforma, per esempio, attraverso interminabili navigazioni nel web”.

Va detto, però, che ben diversa è l’impostazione di una scuola se essa è fondata su una tecnica funzionale al saper fare o sulla conoscenza. Per fare qualche esempio: diverso è il ruolo di un insegnante se aiuta i momenti di auto-apprendimento, o se propone dati e metodi delle discipline; diverso è avere notizia di molte cose o conoscere, pensare e stabilire nessi; diversa è una scuola organizzata per ambiti o per classi; diversa è la rilevanza data alle discipline scolastiche, all’impostazione degli spazi di una scuola o dell’ora di lezione, e così via.

La conoscenza conta se la si prende sul serio, dal momento che noi stessi - come ha scritto Rémi Brague - “siamo la nostra conoscenza” e cerchiamo quella verità che “significa di più che sapere: la conoscenza della verità ha come scopo la conoscenza del bene. Questo è anche il senso dell’interrogarsi socratico: Qual è quel bene che ci rende veri?” (dall’Allocuzione di Benedetto XVI che si sarebbe dovuta pronunciare all’Università degli Studi La Sapienza di Roma).



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COMMENTI
21/02/2011 - conoscenze e competenze (Daniela Notarbartolo)

Tengo molto alla conoscenza che “nasce dall’evidenza delle cose, dall’accorgersi della realtà, come scintilla e possibilità che la ragione si metta alla prova, indagando il mondo” e ringrazio l'articolista. Vorrei segnalare però che il modello funzionalistico grazie a Dio non è più l’unico dominante, e le definizioni del Quadro europeo delle qualifiche, recepite ufficialmente anche da noi, l’hanno del tutto ridimensionato. Persino l’OCSE PISA, al di là delle dichiarazioni sulla literacy come strumento utile al cittadino, propone quesiti che richiedono una ragione attenta alla realtà e capace di interrogarsi di fronte alle cose. Diciamo che il modello almeno da noi va fuori moda, grazie a Dio. C’è poi una “competenza” intesa come profilo cui tutte le discipline concorrono, come sintesi intelligente e trasversale di un percorso scolastico capace di essere più della somma dei suoi addendi. In questo senso il profilo in uscita dei licei è una cosa assolutamente nuova: gli strumenti metodologici, argomentativi e comunicativi che tutte le materie concorrono a fornire indicano una dimensione “culturale” (cioè non biologica) di ampio respiro, per niente scontata nei nostri licei.

 
18/02/2011 - Splenderà ancora il sole? (enrico maranzana)

L’argomentazione poggia sulla constatazione che è “È invalsa la convinzione che si debbano insegnare solo saperi (si badi, al plurale), abilità e competenze utili a esercitare un ruolo nel mondo”, postulato che prefigura un modello di scuola funzionale all’esistente: la società, non le qualità dei giovani, rappresentano la finalità del sistema educativo. Ma le cose non stanno così, o meglio, le cose non dovrebbero stare così (cfr. in rete: All’origine del disservizio scolastico). Se nella scuola ci fossero dei veri professionisti, rispettosi del mandato che la legge ha conferito loro, il suo orientamento sarebbe la ricerca del “bene che rende veri” (cfr. sul web: 1) Competenze: poche idee ben confuse; 2) La funzione dirigenziale, chiave di volta del servizio scolastico). E “la realtà” sarebbe sfruttata come occasione di sviluppo e di potenziamento delle capacità degli studenti.